Siedo. Incapace. Sul greto di un fiume di domande.
Non fingo. A volte, dormo. Un sonno pesante e stupido.
I tuoi passi mi ricordano che fuori piove.
Distilla veleno per me.
Straziare il corpo, nell'illusione di toccare l'anima. Quell'essenza crudele, che dilata la pelle fino a farla esplodere. Che rende ogni forma, ogni tentativo contenitore, insufficiente, inadeguato.
Salvate il corpo dal mio cuore. Salvatelo da questo dolore. Afferro coltellii con cui lacerare la carne, ma non basta. Grondo sangue e rido, perché il suicidio non accenna a diminuire, perché vorrei distruggere e trascinare in un rogo - senza purificazione - ogni esistenza, pallida ombra di una verità che esiste e si nega.
E mordo la mia carne, la strappo. E la sputo. Ma non basta. Vorrei avere due corpi, per sferrare un attacco violento e spietato e selvaggio. Accanirmi sulle mie quattro braccia, estirpare le mie doppie interiora. Estendermi fino a tutto comprendere, affinchè non ci sia spazio per ricordare, spazio per sentire che non è. Tutto coprire con un unico sordo silenzio.
Accendo il televisore. Brutale, la storia mi rende indegna.
Preparo la lista delle attivita' giornaliere. Ma sei cosi' morbida, perche' impolverarti con le voci degli altri, perche'
chiedo al cuscino.
Penso alla torre di babele. Immagino che se tu lo conoscessi lo ameresti alla ripetizione. Considero che non ha nome. Valuto che e' un animale notturno. Gli uncini si agganciano allo stomaco e cominciano a tirare. Il tessuto si lacera. Succhi gastrici ovunque. Deduco che ora il mio sterno sia squarciato. Russi. Forse non fingevi di dormire. Mi avvicino.
I cani dormono ammassati. I gatti anche. Affondo il naso nel loro pelo, sanno di sonno. Scaldo il caffe'. Un paio di biscotti spalmati di marmellata. La sigaretta. La tv a basso volume mi ricorda che c'e' altro, oltre. Guardo i disegni del tappeto e invento abitanti tra la lana cimata. Eri sveglia quando mi sono alzata ma hai fatto finta di nulla. Torno in camera piano, i piedi lasciano impronte sul pavimento. Ti ascolto fingere il sonno e torno tra le lenzuola.
Mi accoccolo curva come una goccia di veleno.
Apro un occhio. Apro l' altro. Non respiro per controllare il tuo. Si, dormi. Posso alzarmi per camminare nel buio dell' appartamento.
Il cursore lampeggia invadente.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato.
Non chiedermi il senso di questo mio dire. Mi aggiro tra parole pesanti come oceani primordiali e scarne come vite affamate. Suonano una musica che non nessuno può comprendere, canto scomposto di un folle, i cui abiti parlano di una normalità perduta.
Non chiedermi perché recito la preghiera che unisce la vita alla sua fine. Non chiedermi perché non mi stanco, perché lascio che la parola sia mortificata e derisa e dimenticata. Non chiedermi il girasole impazzito di luce. Esiste? Le mie mani sono terra acida.
Non chiedere del mio vuoto, dell'incapacità di arrendersi. Non chiedere il registro delle mie parole. Presente. Assente. Assente. Assente. Assente.
Cosa rende una parola vita? Quale gesto soffia l'identità nel nostro sentire? Io parlo. Le tue orecchie sono colonne d'Ercole.Sentimento inviolato, non contaminato. Ma è vero? Mentre vorrei che deflorassi le mie paure. E ti sporcassi con me di terra e rughe.
Non chiedermi perché sono qui, perché fuggo altrove. Sguardo ipermetrope. Le mani - ma sono le mie? - sfocate, sfogliano un'agenda che conta un tempo incerto.
Non chiedermi la parola. Cosa le dà valore? L'anima che porta e muore o la tua capacità di renderla lievito e carne? Senso sospeso, teso, percorso incompleto, senso dimezzato.
Che squadri da ogni lato. Come fossimo falegnami, artigiani che piegano la consapevolezza in qualche forma. Ma persi. Persi.
Giochiamo con le parole, impudichi, beffardi, titani. Ubris mai prontamente punita. Ci trastulliamo con il divino, con ebete autocompiacimento. Così, la nostra parola a stento afferra l'attimo e subito cade, secca. Non nutriamo la terra. Non sgraviamo i rami dai frutti ricolmi di sole. Dimentichiamo di essere creatori. E ci fingiamo immortali.
Ognuno, primo della fila. Si consumano le suole sotto finestre accese. E quando danziamo, vorremmo fosse per sempre.
Troppo piccole, troppo consumate, logore, affollate. Non bastano mai. Non arrivano mai. Solo la distanza, come una lente su un occhio malato, a volte, dà contorno e forza e denuncia.
Chi mi darà il perdono?
E' successo. Appoggio la mano contro l'aria cristallina, un'aria che sembra sovrastare il rumore fumoso e malato delle vie cittadine. Osservo la neve cadere.
Annoti poesie con ingordigia. Ci sono pagine in cui hai scritto solo una parola, una decorazione sulla parete di una casa vuota, un lembo di terra sopravvissuto per un nuovo inizio.
Giro tra le dita la possibilità. Cammini davanti a me, suola nera, polvere di mille territori, che cantano il tuo passaggio, che lodano la tua assenza come fa solo chi è sicuro del ritorno.
Davanti al portone, ricordo. Non ho fatto la spesa. E domani è festa.
Giro di Do.
Prende un pennello, ampi segni sulla parete bianca. Ha smesso di parlare, il silenzio si plasma in cromatismi eccessivi. Ieri mi hai detto "dammi dieci minuti e torno". Come un prigioniero, segna sulla parete, dietro la libreria di impiallicciato, il trattino blu elettrico che segna un nuovo anno trascorso.
Al di là della parete viene coltivato un terrazzo.
Ma perché non sono in uno di quei palazzoni americani a scale strette, con le bottiglie del latte davanti alle porte, che ti fanno pensare ai battibecchi di Silvestro e Titti?
E' finito il carminio. Il pennello è ipnotizzato sulla macchia di colore, di cui rimane traccia sulle dita. La vestaglia è stretta e turchese, comprata a Paris. Quel grido impone alla mano una brusca sterzata. Urlano, sul terrazzo coltivato a bambù.
Con un balzo sul suo letto mai rifatto, si chiede: avranno un divano beige?
il ritardo che mi insegue anche oggi mi allontana come quando vuoi buttarti sotto il treno ma un impiccione ti afferra per le spalle e ti salva. ettore abbraccia la sua andromaca e sogghigna sotto l' elmo, sotto la maschera. lo pensiamo cosi' bello; anche lei, puro alabastro. magari non e' vero. magari sono brutti. magari sono webmasters logorati dall' happy hour dopo il brainstorming in cui hanno mobbato le colleghe. magari ha avuto il rispetto di girarsi ed andare alla guerra. e' cosi' bello, cosi' forte nella caviglia che si stringe nel piede. andromaca me la immagino fluente come i vestiti delle ballerine. magari leggermente antipatica. magari leggermente bizzosa quando va a scuola a prendere i bambini col gippone col cellulare all' orecchio e i gioielli che la incatenano. magari ha avuto la forza di guardarti e parlare. ma cosi' bella. cosi' pura nella linea che va dallo orecchio alla clavicola.
saltello incantata sul balcone dell' attico: sotto il porticato ho messo a riparo le nostre piante. tu sei dietro le imposte a rigovernare. io li osservo e ti riferisco. mi ascolti curiosa e sogghigni quando tolgo lo sguardo dal loro bacio. chi siamo per giudicare, per osservare. ti sorrido ancora una volta e corro in soggiorno facendo baccano in silenzio.
E' tardi. le campane suonano la mezz' ora e apro la finestra della mansarda per allontanare l' odore di fumo. alzo il suono della nostra lingua. ti lascio urlare fino alla rottura delle corde vocali.
urlami addosso. il divano e' beige, oggi.
Odore di timo, sul davanzale campeggia una piantina così fuori stagione. Ha un aspetto arruffato. Te l'hanno portata dalla Sicilia, macchia meditteranea, hanno detto.
Ti piace guardarla, rimanendo nel letto cullata dal tepore ancora umido del sonno. Ricordi passeggiate lungo la scogliera. E mondi inconciliabili. Si allunga il tuo braccio, parte la musica. Decollo della stanza per viaggi senza navigatore.
Ieri sera avete fatto tardi.
Anna sente odore di bruciato dalla cucina e si stacca dal suo collo per correre ad abbassare la fiamma ascoltando il cicaleccio continuo delle sue parole senza sosta e si gira all' improvviso quando sente dire che alla stazione non c' era nessuno, che e' andato a prenderla ma lei non e' mai scesa dal treno, il viso le si si tira in una smorfia di rimprovero verso il mondo oltre il balcone e chiede se il sugo lo voglia alle verdure oppure al tonno. Anna non sente rispondere e decide da sola. Il pane scongela lento sul termosifone. Lo stereo all' improvviso batte i bassi contro le pareti. Anna muove il culo come una cubista per cinque minuti mentre sgocciola l' olio disgustoso del tonno nel lavandino.
Anna prepara la cena meccanica e ascolta gli anfibi che rimbombano nelle scale e contati ad alta voce Anna si gira verso il freezer e toglie i due panini e li poggia sul termosifone Anna sbuccia e affetta una cipolla e si asciuga le mani nello strofinaccio prima di prendere l' olio Anna sente la chiave girare nella toppa e si gira verso l' uscio che si ingrossa Anna la bacia e le dice contro il collo preparo il sugo raccontami cosa hai fatto oggi
Anna toglie il pane dal frezeer e lo poggia sul termosifone Riccardo mette nel lavandino il contenitore del pranzo della giornata Luca apre il libro ed osserva le figure ed indossa gli occhiali da sole nella stanza buia Io salgo le scale contando e preparando il raccontarti tutto questo.
Passi veloci per le scale. Due, tre gradini alla volta. Cantando, contando.
Entri in casa, scuoti la nebbia dalle spalle, come fosse un buffo fardello. Inizi a parlare, incessante. C'era il cane che seguiva una pista confusa di odori. E la signora compita sull'auto appena lavata. C'erano i ragazzi alla fermata del tram, trionfo di capelli e cappelli. C'era il signore che avevi incontrato l'altro giorno e ti ha riconosciuta. E la telefonata del gringo, che aspettavi, arrabbiata e ansiosa. La vetrina di finti richiami. I tuoi pensieri che si rincorrono e si azzuffano. C'era la coda al supermercato, noiosa, con quella orrbile musica di sottofondo. E il disco che ti hanno appena masterizzato, copertina blu.
Mi arrendo. E va bene. Vivi tu, per me.
Non so coltivare le piante. Forse perché di vegetale basto io. E il mio fusto sale storto e nodoso.
Tu gemmi. Come un fiore di cappero, che, a dispetto della nomea popolare, immola al mondo una inattesa bellezza.
Il mio tronco cupo e i tuoi petali candidi si tendono verso lo stesso sole.
canta. seguimi. non e' difficile. tu fai phil collins, all' inizio, che e' piu' facile.
There is lambswool under my naked feet. The wool is soft and warm, - gives off some kind of heat. A salamander scurries into flame to be destroyed. Imaginary creatures are trapped in birth on celluloid. The fleas cling to the golden fleece, Hoping they'll find peace. Each thought and gesture are caught in celluloid. There's no hiding in my memory. There's no room to a void.
The crawlers cover the floor in the red ochre corridor. For my second sight of people, they've more lifeblood than before. They're moving in time to a heavy wooden door, Where the needle's eye is winking, closing in on the poor. The carpet crawlers heed their callers: "We've got to get in to get out We've got to get in to get out We've got to get in to get out."
There's only one direction in the faces that I see; It's upward to the ceiling, where the chamber's said to be. Like the forest fight for sunlight, that takes root in every tree. They are pulled up by the magnet, believing they're free. The carpet crawlers heed their callers: "We've got to get in to get out We've got to get in to get out We've got to get in to get out."
Mild mannered supermen are held in kryptonite, And the wise and foolish virgins giggle with their bodies glowing bright. Through a door a harvest feast is lit by candlelight; It's the bottom of a staircase that spirals out of sight. The carpet crawlers heed their callers: "We've got to get in to get out We've got to get in to get out We've got to get in to get out."
The porcelain mannequin with shattered skin fears attack. The eager pack lift up their pitchers - they carry all they lack. The liquid has congealed, which has seeped out through the crack, And the tickler takes his stickleback. The carpet crawlers heed their callers: "We've got to get in to get out We've got to get in to get out We've got to get in to get out."
Ora, che cosa stai facendo? Rispondi: scrivo il mio romanzo. Lo scrivo mentre con le dota sottili spargo il rosmarino sulle patate a spicchi.
Quotidiano nascondimento.
Ti guardo. Lascio la penna accanto ad un foglio troppo grande, alla mia testimonianza troppo debole. Cielo azzurro su arditi che immergono i piedi nudi in acque che non sembrano terrestri. Una distrazione, appena. Con un gesto, faccio ordine. Sei calda e profumi di bosco.
Quello che so è che non mi stancherò di ascoltarti.
Sincopato. Tieni il ritmo, che si infrange. Vetro. Canta. In levare e in battere. Esercizi, ripetuti, voce chiusa dentro a un armadio.
Tieni il ritmo. Suona. Suono della terra. Mi guardi, non oso. Piacere distrutto da un'educazione perfezionista.
Sincopato. Basso continuo. Non mi allontano, semplicemente riduco il volume. Nella partitura, non sempre melodia, ma sommesso accompagnamento. Mi appendo alle note, rotonde, vezzosamente ornate, disegnano onde sullo spartito. Dimmi la tua estensione.
Suona, Orfeo. Per scendere agli inferi. O per farti trovare.
...schiena contro schiena, i nostri occhi non conoscono il loro diverso colore. E' così che ci ritroviamo ad ogni tramonto, ubriachi di stanchezza, la bocca impastata di sudore. Beviamo allo stesso bicchiere e ci raccontiamo i sapori. Il sonno rapisce la parole e inganna la memoria. Al mattino, le nostre schiene ci hanno fatto da letto. Ripartiamo. Sento il fruscio della tua veste. Sento la tua impronta, la riconosco, come fosse la mia. Piangerò. Quando non tornerai da me.
a piedi, dietro il carro delle tue armi. la polvere mi infilza le dita ad ogni passo. pochi istanti di sosta, poggio l' otre a terra, curo il mio carico prezioso. stasera dovrò scaldare il tuo letto. quando mi accantonerai piangerò i momenti di utilità.
La lotta della vita. La vita combatte. La vita è una guerra? Guardiamo indifferenti i corpi cadere. Perché avere pietà, ora?
Mani aperte contro il vetro. So che ti arrabbierai. La tenda porpora ostacola la vista, così, come sempre, posso solo intuire la tua leggera presenza. Ora so, perché parli con il vino.
Si avvicendano voci e presenze. Mi fermo a guardare la sera su palline festose sospese a invisibili fili.
Gesti. Azioni. Che soverchiano. Tuonano. Sui nostri sentimenti emaciati. Trasfusioni. Puntelli di ordinaria gestione del tempo, per non chiedere di essere giustificati.
Acqua, spaghetti. A che ora? A ogni ora.
provo, se me lo dici tu. ma è così faticoso. così cattivo.
Leggi.
Gira la pagina. Va' oltre.
Artusi
Ti piacciono i biscotti? Il cielo è color stanchezza.
Il calendario alla parete ha più di dieci anni. Non è che non voglio calcolare il tempo, ma quel drappo con i fiori che portano il nastro dei mesi me lo ha regalto mia nonna. Mi ricorda le estati in montagna, a discutere con i suoi capelli bianchi. Le mani, come cambiano le mani. Sono loro il mio calendario.
Farina, uova, latte. Pinoli, uvetta, sesamo. Faccio l'appello. Ed ecco lo zucchero. Vuoi giocare, bambina, con me? Ho tante formine, ma so che sei brava a disegnare, le figure le inventerai tu.
Facciamo i biscotti per decorare l'albero. Ridi. Che bello. 1978, forse, e il concerto che battezza il tuo nome.
Lui non sa nemmeno che esiste.
il sonno mi picchia le tempie.
dormo ancora un momento, il naso nella pancia morbida di fusa.
bianco e nero
Seppia, dai contorni ingialliti. Come eravamo. Ignari. Credevamo nel futuro, sorridevamo.
Passo esile, passo pesante, passo che incanta, passo goffo, pianta larga, passo incerto, passo elastico, atletico, passo elegante su piede ben levigato. Diciotto anni. E chi ci crede? Neanche allora. Sorridevo in risposta da automa. Ho i suoi 18 anni. In che anno? Non ero al concerto. Ci sono.
Un disco suona la nostra canzone. Le mie canzoni. Collana di atti solitari. Cancella. Cannella. Nella torta di mele. Diciotto anni, Peter. Calpesto la mia ombra e la tua.
Posso avere diciotto anni, ora? Solo per te... Non i miei. Quelli che tu racconti. Panni. Li lavo, li indosso. Non vorrei essere nei miei panni. Corpo nudo. Implume. La nostalgia di te fa piangere le cellule. Rende di pietra gli arti.
Prima alla Scala. Alfredo, io sono Margherita. Non Violetta. Sono pura e selvaggia e senza profumo. Mi confondo. Mi confondi. M'ama, non m'ama. Rock. Roll. Quanta musica c'è nei tuoi baci.
Lapide del tempo. Qui giace. Qui si alza. Qui fa colazione. Perché correte tutti?
Perché?
Non ci sono canti a Natale
La stanza è buia. Hai sbarrato l'ingresso alla luce, luce grigia, tediosa della città che produce.
Non conosco l'ambiente. Non ci sono vetrate, non ci sono divani. Ti sto cercando e strizzo gli occhi, fingendo un mancante senso felino.
La maternità non è semplicemente un diritto.
Inciampo, calpesto. Trascino i piedi, piano, pianissimo. Distendo le braccia, le mani, come radar, cercando di dare un nome a percezioni confuse.
Quando si decide cosa fare della nostra vita? Ci sono domande che non sono domande. Affiorano come macchie d'olio su oceani di non detto.
Fa freddo. Deve essere così da giorni. Sento un rumore di fiamma, ma sembra lo sforzo inane di un elemento naturale sconfitto.
Quel disordine, un po', è per me. Pollicino alla rovescia, per segnare la via opponi ostacoli.
Lavorare. Devianza. Diritto, dovere, ambizione, necessità. In giro, incontri solo natiche dolenti. A volte, prostrazione obbligata. Ogni scelta non potrà mai comprendere, come soluzione, tutte le variabili. E tu...dove eri? E dove sei, ora? Quando scegliere era comunque nostro.
Voglio.
Fruscio di pagine sotto dita arrossate. Il mio ventre non crea, ma è ampio. Giacciono sul pavimento coperte intessute di rabbia. Mi sdraio. Accumulo. Conservo. Il mio ventre è scogliera sul mare.
Spazio. Carezze nell'aria. Carezze che lottano. E' anche questo, volersi bene?
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