Della danza non conduco il disegno
dei piedi su pavimenti di lucido marmo
ma mi concedo alla spinta della tua mano
contro la mia schiena
che mi invita e si impone alla mia naturale consegna
Non conduco
ma risplendo
sono un firmamento che piroetta
fino ad invadere la sala
e non conducendo
la domino
Mentre mi offri ed osservi il desiderio che mi sveste
felice di saperti signore
e ancora ti inchini alla mia corte
così come sei. sempre.
anche ora, che mi spingi e mi tiri tra scaffali ricolmi di bengodi.
tra le ragnatale spio quanto tempo mi occorrerà per regalari Cirillo.
saliamo su un trenino di legno e riempiamo lo spazio di trilli e figure di cartone
da sotto la veletta, seduci gli ignari viaggiatori
dal sacchettino spunta il poster arrotolato
osservo
afferro le tue mani e le bacio
l'impeto di un attimo
prima che un ardito rubi il primo tocco
tornate a casa
improvviserai una danza con la foto formato naturale
mentre suonerò un violino d'aria
Emma, amore, lo sai che non ho mai visto Matrix?
Mi piace tanto il nome Neo...
Ti spiace se mi compro un poster di Keanu e lo piazzo in bagno vicino allo specchio?
Pensa, un gay che fissa due non lesbiche che si amano più di una coppia eterosessuale.
Saltello una danza della fertilità urlando Kinu Kinu mentre mi guardi stravolta.
E piantala di borbottare che mi preferisci istericamente depressa invece che allegramente felice.
Guarda che sole che c'è.
Compere, compere, spendere, spendere
un negozio di giocattoli in cui far entrare i tornado e le tempeste di sabbia
porcellini che cantano e meccano e lego
eleganti monomarca di vestiti
dove giocare alla donna deliziosa
dischi e libri in cui perderci
mi strappi mentre affondo il naso nelle pagine come Gourio
sacchetti firmati e scatole di cartone
piantine grasse e cosmetici
un profumo egoista per me e uno di incendio per te
scivoliamo lungo il pavé del centro
tendaggi e tappezzerie americane
mi fermo davanti la vetrina del conciatore di pelli
mi abbracci da dietro dicendomi
scarpe umane, amore mio, scarpe umane
i tuoi anfibi non hanno paragoni.
scarpe in vetrina
pelle umana sicuramente
osservo il display cambiare colore
parole che volano come una pallina da tennis
apro le mani a raggiera
le appoggio al vetro
lascio impronte come una cornice
intorno ai tacchi miliardari
nastro grigio
luci lunghe a divorare i chilometri di una nostalgia
che iniziava nell'istante stesso in cui l'ultima cellula subiva lo strappo
comporre
senza arte
abissi bianchi
demone che succhia il corpo
possedere la carne
mentre sento che mi penetri l'anima
fusione
comandi
obbedienza tremante
di chi offre la propria fiducia come prima verginità
disegni di rose azzurre
mille tracce
sul fruscio di un monitor
membra nude
sempre pronte
un luogo
in cui
crederti
hai consumato
sacro
senza altare
il mio ultimo candore
Chi ammira me
non sa
che sono satellite della tua luce
inconsapevolmente ama
l'origine
Appello.
Sollevo la veste e ti asciugo il volto incapace di lacrime, sulle gambe nude sento mulinare granelli di sabbia.
Non cerco di forzare le tue braccia chiuse a nodo, lentamente comincio a baciarti, cellula per cellula, senza consolazione, per imparare la tua angoscia.
Burrasca sul mio giardino, le foglie si aprono trascinate da acqua pesante, i rami diventano canali sospesi, che trasportano il fluido dove cresce muschio senza nome. E i primi fiori del tiglio giacciono al suolo, infuso senza aroma.
Le labbra proseguono il loro cammino sul tuo corpo spigoloso.
Parlo sulla tua pelle come se stessi incidendo una stele sui cui fare cantare, nel tempo, mani di aedo.
Perché non risponderò.
Dischiudi il tuo ventre.
Laverò Ettore e non ascolterò i peana.
Esiste un'appartenenza antica, che non viene spezzata dalle spade.
Risorgeremo insieme e, come sotto un'investitura biblica, schiacceremo con il calcagno il morso che sputa veleno.
Eri agitata, amore mio.
Passo la mano in mezzo al roseto affilato, che si scrolla di sangue e di grandine.
Sotto il cespuglio ha resistito la viola striata di giallo.
E' caduta la griglia che sosteneva il gelsomino, le cui foglie sono precipitate come dita che si rompono sonore. Mi chino e parlo ai fili sottili che, con gesto gentile e deciso, torno a fissare ai passanti contro il muro. I piedi si immergono in pozzanghere senza luce, ma sotto le dita sento i fili d'erba in carezze voluttuose.
Il tuo sguardo sbarrato picchetta il mio costato.
Indosso l'armatura che sferraglia inerte contro la sponda del letto.
Io che non so tenere in mano un temperino, combatterò una guerra intera. Per te.
Non ti aiuterò, non come chiedi.
Perchè di te amo anche la morte.
Sistemo i cuscini sul divano
svuoto il limoges cobalto
poggio nel lavandino la tazzina incrostata di zucchero
Tra poco verrò nel letto
affonderò la bocca tra i tuoi capelli sudati
Emma, amore, svegliati, fammi vedere i tuoi occhi
dimmi che uscendo nessuno mi picchierà
Non mi lavo da oltre due giorni
giro la testa ed affondo di scatto i denti nella spalla distrutta
raschiare i barile ed abbruttirsi senza comprensione
Ti vedo smarrita mentre mi rannicchio nell' angolo della cucina
i polsi sulla fronte in una difesa pietosa
Ettore è stato ferito a morte e ti portano il suo cadavere
guardali osservare la carne che imputridisce golosi
abbiamo pubblico pagante che ci morde le dita dei piedi
Il tuo vestito bianco si scuote come le vesti delle ballerine
Lasciami accartocciare
Almeno tu abbi pietà di me Andromaca
mi svegli con la tazza fumante e un bacio che mi lecca le labbra
eri agitata mi dici sorridendo
apro gli occhi disperata di poterlo fare
io voglio morire, Emma, aiutami a farlo
Hai un ammiratore segreto, amore mio
Sa di Ile De France
Parla forse di banlieu
Digli che amo Besson
E ho visto L' Odio circa 14 volte
Chiedigli se ci ospita
per il nostro prossimo week end.
Fisarmoniche mi chiamano nel cuore del letto
la professoressa di ginnastica ci fece distendere sul pavimento
chiudete gli occhi e visualizzate il vostro corpo
sentii un affondare nel linoleum
[vado a prendere una sigaretta]
La prima volta che andai in Francia
ricordai vecchi profumi differenti
mare e girasoli sulle curve sdraiata su cuscini
la signora anziana mi coccolava giocando ai grissini
l' uomo bellissimo le diceva di lasciarmi tranquilla
[mi appoggio al davanzale a guardare il vetro]
C' era un viale ampio che portava al mare
dietro i casermoni il giardino di pesche e zucchine
la signora anziana contrattava il prezzo delle albicocche
mentre il signore bellissimo pensava a motociclette da corsa
[premo col naso contro la lastra prima di tirare una boccata]
La prima immagine è un circuito da cross
una Ossa bianca con un quadrifoglio
il caldo del serbatoio lungo le cosce
la seconda è lenzuola che si aggrovigliano
attraverso la serratura di una porta chiusa
la terza è un laboratorio fotografico nel bagno
la quarta è una poltrona verde vicino ad una finestra
[getto la cenere nel deumidificatore appeso al termosifone]
In garage le scatole Ilford classificano i mattoncini da assemblare
ho scoperto che le volevo bene quando piansi facendole preparare il boquet
rose gialle e la fiorista che taceva all' improvviso
il signore bellissimo ora si muove poco
le corde e i ramponi giacciono dietro il divano
[apro la finestra per gettare il mozzicone]
[torno nel letto da te]
corri amore, corri
appena arrivate all' auto voglio leccare via il sudore dal tuo collo
corri
sfilo le scarpe
ciottolato smussato dal mare
urla alle spalle
inveiscono
ma parlano
di noi
di noi
cazzo, quando ti dico di mettere le scarpe basse
mettile
c'è SEMPRE un perché se ti dico di fare una cosa.
paghiamo il conto da tasche vuote
ci guardiamo
vince chi corre più veloce
Volete un digestivo?
Schioccano i denti, sfilo tra le labbra il suo ultimo ossicino perfettamente ripulito.
Appoggiandoti leggermente sui gomiti, spingi avanti il viso e ordini.
Sturabudella.
A Teano si diedero concilio
una cameriera vestita di tutto punto
con un cavaliere accompagnato dalla sua pulzella
mentre bottiglie di barolo
gridavano il proprio nome: Giribaldi! Giribaldi!
Me ne andrò quando tu lo deciderai
non mi lascerai questa omertà addosso
e sarò tanto signora
da pagare io il conto.
Cultura generale.
Chi si diede appuntamento a Teano?
Non voglio trattenere la tua corsa.
Solo che hai aderito alla mia pelle e, se te ne andrai, mi scoperchierai, strappando la guaina anemica a questo incrocio difettoso di vene e tendini.
Le tue dita hanno un sapore pungente e salato. Sotto la mia lingua offrono piccole insenature.
Ho comprato gocce di sapone da mettere nel congelatore. Immaginavo le tue membra in un dolce spasimo nelle afose canicole estive.
Non combatto contro i cavalieri, non ho il lignaggio. Afferro la tua musica e la distendo sul prato a strapiombio sul chiocciare stupido di chi toccandoti non grida stupore, ma serra, ebete, la morsa dei denti.
E se scapperai, ti stringerò la mano per farti volare come nei dipinti di Chagal. E ad ogni passo il tuo tacco affonderà nel mio antro, marchiandomi come terra arresa.
Prendi il dolce o vuoi subito il caffè?
Mentre eri in bagno ho estratto la spada e l' ho ucciso.
Non meritava altro.
Figurarsi la mancia.
Gli occhi scorrono le pagine del menù
saltano da una portata all' altra
avete deciso che devo morire
guardo la fiumana di persone
invidiosa perché noi abbiamo trovato posto
hai deciso che devo morire
e nascondi il coltello dietro la carta dei vini
Fisso le altre coppie
persino molto insistente
compilo statistiche di chi parla e chi no
sto per indicartene una che tace
ma si guarda con tutto l' amore del mondo
mi accorgo dai loro vestiti arancio che
è il nostro riflesso nello specchio
Mi hanno portato musica
con un cavallo che scartava le curve imbizzarrito
pensi forse che ti stia lasciando per il cavaliere dagli occhi azzurri?
Lui per primo si ritrarebbe sgomento e pudico
Terrorizzato di inchiodare la mia mano
che ti abbassa con violenza la lista dei cibi
e ti chiude la bocca col palmo
per sentire la tua lingua correre
sulle impronte digitali.
Vorrei non avere memoria.
Ho la pelle che lacrima la tua assenza.
Mi sono seduta a tavola, tovaglioli a distanza regolare sul piano spesso rettangolare.
Ascolto sciamare parole incolte. Mi immergo nel menù, come se contenesse, su sottili fili di seta, tutto quello che il mio stomaco sta vomitando sui piedi.
Scelgo. Lo guardo. E' l'ultimo baluardo. L'ultima difesa che posso concedermi.
Non riesco ad accompagnare il mio vuoto. Alla fine, bevo, vino schietto che non mi fa tremare la caviglie, fino a quando, fuori, mi allargo sotto il porticato cantando "verremo perdonati, te lo dico io, da un bacio sulla bocca un giorno o l'altro...".
Di notte, quando so, lo sanno le viscere, che tu non tornerai, di notte smarrisco il confine e mi chiedo se la cassa toracica opporrà sbarre abbastanza tenaci alla furia di una nostalgia che è vertigine. E ingoia e distrugge. scioglie, come fosse acido, ogni parvenza di vita.
Così, mi sembra possibile solo dove non esista contatto.
Lascio cadere tutto in terra
non riesco più a sopportare pesi che ingombrino
le mie braccia tese
mentre ti corro incontro ad affondare la faccia nella tua pelle.
Piove, fuori
dicono
non so: non mi interessa più di tanto.
Percorro a lunghi passi la strada stretta che conduce al nostro cancello.
Ho lasciato la porta aperta e inseguo con lo sguardo l'andirivieni dei cani.
Segno con l'attesa il tratto che ci separa dalla prima curva.
Mi affaccio, ancora non ti vedo.
Ricomincio a memorizzare i fili d'erba incolta.
E di nuovo, lancio l'orecchio al tuo motore, fino a quando - batto le mani - borbotta alla curva più sotto.
Voglio che tu sappia, al tuo arrivo, che ho messo la lavanda nei cassetti e sono fiorite le primule.
E che mi sei mancata.
Scendono ombre
il canale giace nel cassetto
polvere e mosto
dovrò riprendere l' auto per il ritorno
ma il parapetto basso è buono solo all' andata
Mi scopro stanca di esistere
con poca necessità di saltellare
mi aggrappo a brandelli di quel che sono
non voglio sapere quale sia il reale
Avrebbe forse importanza saperlo?
Basta un tuo sguardo e tutto si riempe
di profumo di pane e di ulivi e limoni
ti regalo i miei papaeviri e la mia meliga
La nostra prima fuga sarà tra il calcare
guideremo a turno
i cani dormiranno straziati
dal nostro cantare felice
Perché canteremo, vero?
Origlio. Appoggio l'orecchio all'aria e cerco la tua voce.
Il selciato è umido di pioggia e lasci all'ingresso aloni di punte rotonde.
Fendo l'aria con un cucchiano. Accetto la tua sfida.
Non ci sarà stanchezza.
Non c'è ora che inizi senza che il tuo bacio mi sfiori.
Non c'è ora che finisca senza il mio chiederne ancora.
Mi sono svegliata, chiamandoti.
Ti giri sulla sedia davanti alla scrivania.
E' ancora buio, anche se si sente il fischio di qualche pennuto che anticipa insistentemente il giorno. Regolare, un taglio acuto attraverso il giardino.
Si incontra nello spazio la nostra sedimentazione.
Asincrona. Gemella.
Permeante.
Ma il tuoi calzini devono proprio permeare sul pavimento del bagno?
Accarezzo il divano.
E' la nostra numero uno.
La prima posta su una grande fortuna.
passi avvicinarsi alla porta
memoria del mezzo avanzare di quando sei stanca
affondo le mani nell' acqua saponata
gioco con una forchetta semi sommersa
entrando mi senti canticchiare il tema de Lo Squalo
scrolli la polvere della città
mentre accasci il cappotto sul divano
succo di pomodoro condito per me
martini e vodka che bagneranno le tue labbra
arachidi per bruciare piccoli tagli
appoggiata alla parete bevi lenta
osservi il mio sangue fermo nel bicchiere
e non mi chiedi perché io sia così assorta
spiegarti l' affabulazione
niente per ore per poi esplodere tutto verso ignari passanti
spiegarti che passa la fame
verso un' abulica inedia
dobbiamo fare la spesa
correre per le corsie
respirare neon e confezioni accattivanti
comprare cibi per la mia regina e
un paio di morbide pantofole a forma di orsetto
quando ti telefonai
la nostra voce prese forma
un divano, ti chiedo solo un divano
mi ci accoccolai e mi guardasti scivolare verso l' oblio
per poi coprirmi con una morbida coperta
non riesco più a trasformare in grotte nascoste le mie parole
il gioco è stato sostituito da urli di fame
temo ogni istante che tu possa perdere il gusto del mio suono
senza neanche attendere che il telefono squilli
cuccioli, così vicini che si modellano i corpi a vicenda, piccoli musi con mille zampe. Uno si stira, spinge il naso tra due schiene che dormono, piccoli movimenti sussultori per cambiare posizione. In sedici. La stessa massa, che ora respira su lembi diversi di pelle e di pelo.
Così, a volte, comunichiamo.
Osservo le scale dall'alto. Le vertigini mi separano dalla strada, dal rollare dei motorini tra le rotaie, dalle risate chiocce di chi simula l'intesa con il suolo terrestre.
Che cosa mi attrae? Le vetrine, il colore delle scarpe, le gemme che spuntano ora sui rami, l'appuntamento al nostro angolo.
Ostento indifferenza, incrociando l'inquilino del secondo piano, sollevo persino le dita dal mancorrente. Lo sguardo spiovente valuta i gradini, saranno larghi abbastanza? passo destro, passo sinistro esitante.
Odio i miei piedi, odio i legamenti fragili che cedono continuamente piegandomi a torsioni grottesche. la bocca dello stomaco contratta nella fitta, che mi ricorda il peso. persone si fermano gentili, ricevendo un sorriso storto. Non mi posso fidare dei miei piedi, penso con un singhiozzo che affiora tra le ciglia.
riprendo la strada. questa volta, non ho rotto le calze. tendo la vela, verso di te.
allungo il polsi
tocchi veloci e morbidi
sollevi lo sguardo su me
stanotte sarà pranzo e cena
m'ama o non m'ama. catturo le gocce sul tuo polso.
un amore a sorsate.
non è tè verde, ma infuso di ginseng.
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