Deperimento cellulare.
Osservo le cicatrici annodate in pelle che non chiama più carezze.
La sofferenza è trasformare le promesse in oblio, cancellare le attese. E tradire. Me stessa. Per dimostrare che reagisco.
Le rovine diventano sito storico e perpetrando la memoria, non cedono il passo.
Quello che tu hai fatto è stato rendere impossibile il ricodo. E io non voglio, mentre la voce di una coscienza sepolta sotto mille cuscini dice che è solo la distruzione. La via. Cancellare.
Mi muovo tra sponde opposte, perimetro frastagliato di un cerchio crudele. Non diverso da quello che vedo a ornare il collo di tanti accindentati trascinarsi. E parlo, una volta ogni tanto e senza convinzione, a un viso che ciondola sull'appoggio malfermo del polso e mi chiedo se il denaro possa davvero essere lo scambio di una richiesta di aiuto.
E lotto, per un orgoglio senza orientamento.
Sempre più incapace.
Di nuovo.
Insieme, lasciamo che il tempo si sgretoli, corroda il passaggio stretto della clessidra. Chiedendo appena all'iimmediato, divenuto prima ancora di avere un nome o un atto. Insieme, ci riconosciamo in azioni minime, per te preziose, per me semplicemente coniugate. E l'amore che mi lega a te è gratitudine e dipendenza e la certezze di uno spazio illeso. E la promessa. L'ultima.
il dolore ha un bouquet, come i vini pregiati. E come spesso accade agli aromi, l'evocazione travalica il senso e fa slittare il pensiero.
Da qualche tempo, l'odore della pelliccia di lepre è stato superato, sommerso da essenze colline nel passaggio di stagione. Il pensiero di te si lancia nella gola per essere arginato da un liquido denso, che, senza essere lacrima, inonda il palato.
Sei la lenta sconfitta di ogni giorno. Quel fare che simula reazione e poi, di notte, si accartoccia come un errore di stampa.
Sei il senso del tempo, che non torna, che peccaminosamente ho lasciato sfiorasse appena la mia strada in ombra.
Sei la domanda. Se ci nutriamo di inganno.
E passare. Passare.
Mi servono tacchi alti e un ritorno.
Combattiamo, mia cara, su fronti lontani, a volte così diversi da scoprire che si parlano proprio grazie all'iperestensione del collo. Ed eccedo in baci, perché è la dose di sopravvivenza.
Mentre altro tempo passa. Senza clamore.
Quando accedo alla mia finestrella di post, compare una facciotta finto complice che mi dice sii paziente.
Sono la regina delle attese, sento il tempo annodato ai miei fianchi come cerchi concentrici di tronco. Lo sento come una corteccia, a volte bianca e leggera come strato di pelle su fusto di betulla, in altre, come una crosta asciutta che si solleva per creare riparo a formiche e insetti.
Ho aspettato come una pazza silenziosa. Il levarsi del fil di fumo.
E se vesto latte è segno del mio lutto.
Ho ancorato il mio pensiero a ricordi recenti, che, fuori dal tempo, mi permettono una non relazione con il vissuto. Accade che ora le lacrime non eruttino improvvise, affogando i movimenti. Accade. Che restino. Sul confine.
E lotto. Lotto. Per mantenere questo appiglio fragilissimo.
Mentre lentamente esploro un nuovo sentire, che sembra incagliato, o sordo, o un nuovo segno indelebile, che cambia il volto in modo irreparabile e ancora lo osservo con diffidenza, ma so che sarà questa l'immagine nella quale dovrò riconoscermi. Un passaggio. Con l'occhio che, incosciente, vorrebbe ritrovare i tratti noti e accusa la ferita, sorda anch'essa. Un malessere costante e non esplosivo.
Forse, imparare che c'è una soglia di solitudine che resterà inviolata, nella quale non cercare o ospitare sentimento di qualsiasi natura, ma accogliere l'impossibilità come parte integrante della vita.
Mio giardino meraviglioso, non c'è meno amore per te, anzi. E se ho osservato più silenzio, non c'è solo questo nodo del tempo, ma il lasciare a te ogni scelta di modo. Perché so che anche tu sei trafitta di consapevolezza e preparo il posto, necessario e di estrema passione, per il tuo vuoto, per il tuo straripare.
Lo sciroppo d'acero. Viene estratto direttamente dalla pianta, dal tronco, piccole incisioni da cui stilla un liquido bianco che, messo a bollire per un tempo di infinite preghiere, si caramella. Gli indiani lo usavano come ricostituente nel passaggio dall'inverno alla primavera.
Può essere di colore leggermente brunito, liquido e liscio, per annegare ciambelle dorate di mattino. O per cucinare carne di bisonte. O per riempire bottiglie di verto trasparente dalla classica forma a foglia. O può essere di colore più chiaro, quasi marmellata, che cade generosa su una bella fetta di torta margerita.
Ho preso pioggia a Montreal, di cui mi rimane un ricordo umido, come di una città che mi è sfuggita.
Ho piegato il collo allo svettare dei grattacieli – per la prima volta, per me – di Toronto, città d’affari, il cui vetro rimane comunque freddo, anche se gli scoiattoli punteggiano i parchi. Sono salita sulla lunga torre e sì, quello mi è piaciuto, stare lassù, con tutta la paura che mi viene in altitudine. Ma c’era un gruppo di ragazzi asiatici molto comunicativi.
Ho sorvolato in elicottero il marrone torcersi del fiume che dà vita alle cascate di Niagara, provando grande delusione, fino a quando non mi sono ritrovata in barca proprio ai piedi del precipizio d’acqua e lì, dimenticando la squallida cornice, ho perso un orecchino sotto l’impeto di acqua e fragore o, più propriamente, per un mio gesto inconsulto.
Ho conosciuto una buffa famiglia: lei era infermiera, lui costruiva case, hanno cambiato vita per allevare bisonti e nella campagna piattissima, hanno messo al mondo tre figli. Ci hanno ospitati per un paio di giorni, portandoci sui carri del fieno a guardare negli occhi quei mammiferi tozzi, scostanti, se non addirittura irosi. Sylvie, per analogia, ovviamente, mi ha adottata, consumandomi le orecchie di racconti.
Siamo arrivati a Ottawa, città non bella, ma accogliente, dove ho respirato l’orgoglio canadese e ho fatto da traduttrice per un gruppo di turisti italiani in visita al parlamento.
Siamo stati a visitare la riserva indiana degli Uroni e lì ho fatto domande ad una guida inetta, un giovane urone incapace di domande, assolutamente scarno di risposte. E sono stata presa in giro (ci sarà una ragione ancora imperscrutabile per cui finisco sempre per circondarmi di persone tanto, tanto diverse da me. Sto elaborando un pensiero a questo proposito, ma non è questo il contesto) perché chiedo e perché ci resto male.
Abbiamo viaggiato sull’autostrada che è una lingua asfaltata allungata sull’erba.
Siamo stati a fare i privilegiati in un bell’albergo in una stazione sciistica assai mal tenuta e lì ho incontrato un anziano pakistano, che offriva massaggi alla clientela e che, incanalando i nervi nelle spalle e suonando i tendini del piede, mi ha letta come fossi un libro, parlando un francese sussurrato e imperfetto, da nonno delle spezie, mi ha raccontato le mie paure, i miei nodi, lasciandomi bambina in lacrime, esperienza inattesa.
Arrivati a Quebec city, avrei voluto sapere disegnare o cantare all’angolo della strada, per mescolarmi a quei colori europei, per raccontare del procione che ha la sua tana sotto la funicolare e dire che colore ha il tramonto.
La gente in Canada sorride, saluta, mescolando inglese e francese, affoga le frittelle dentro il succo d’acero, riempie i bicchieri di acqua con i cubetti di ghiaccio che creano perenne condensa, ha confezionato in binomio locale chiuso – aria condizionata, rigorosamente, così, a qualunque ora del giorno e qualsiasi situazione meteorologica si presenti, dietro ogni porta hai la certezza di trovare clima a massimo 10°. La televisione propone una programmazione farcita fitta di brutta pubblicità. Pur essendo un paese nel complesso con un buon livello di vita, lo stile, di vita, è più modesto che qui da noi, meno appariscente, meno ansioso, meno esasperato.
Le balene sono state una sorpresa. Sei in mezzo al mare e fa anche freddino, la giornata non è spettacolare, vedi sul pelo dell’acqua lo sbuffo, se la barca è lontana, parte all’avvicinamento, poi, la coreografia del movimento concede allo sguardo la pinna dorsale e una curva di corpo grigio blu. Sai che quel silenzio è un gigante. Scompare.Il mare è un forziere su cui il tuo occhio salta in mille direzioni, per cogliere il prossimo richiamo.
Il Canada è un gigante, la foresta boreale non è un bosco, è un intreccio denso di foglie, sono alberi che arrivano quasi a cadere nei laghi. Anche se credo che, da questo punto di vista, il Canada da non perdere sia quello cui la parentesi concessa di tempo ci ha costretti a rinunciare. La terra in cui i laghi sono i padroni e i ghiacci consumano la pelle degli Inuit.
Però, se vieni abbordata da un giovanottone del posto, che si diletta a pilotare idrovolanti, anche nell’est puoi avere e fare avere ai tuoi amici a costo zero visioni aeree che ti fanno dire “ecco il Canada, lo riconosco”.
Infine, il bagno nel lago, nell’acqua pulitissima e scura, che sembra quasi risucchiare, avvolgere, coprire, nascondere. Pescare le trote (non io, che ho fatto cappotto) e nuotare in mezzo alle anatre selvatiche che ti affiancano quasi incuriosite. O incontrare la volpe, piccola e fulva, che si fa seguire fino a farsi spiare a consumare il pasto al riparo di un cespuglio.
E in tutto questo, sentire che non c'è ritorno. E che forse c'è altrove.