Mi alterno ai fiocchi di nevi, cercando di illudermi stagioni. Cammino circospetta sulle vene ghiacciate che non pulsano sul marciapiede, annodate attorno a pali che non fanno alzare lo sguardo. Non capisco la necessità di screditare il Natale. I giorni passano come ingranaggi azionati da motore inerziale, corrispondenti all'incanutirsi dei pensieri, orribilmente esplosi in eczemi. Si avvicenda la danza di chi cerca un punto da cui partire e mi sorprende leggere desideri. Appena passata la pioggia, ritorna in strada lo stranito rumore di asfalto tagliato, rotatorio tentativo di lama. Affiora ancora il nome, portatore di cose, sedimentazioni senza forma. Dietro la porta, una cavalletta marrone fa da vedetta sull'angolo del corrimano, trincerandomi nelle mie fobie. Non voglio aspettare, si consuma una rabbia inutile, contrasto sentimentale, non voglio mentire.
Mi chiedo, a cosa appiccherai il fuoco.
Succede che mi sento in assenza di dimensione. Forse è tutto più elementare, forse; credo di essere affetta da dislessia esistenziale. Rinuncia ad ogni possibile compimento, per scivolare come fiume in anse di quieto vivere, di quotidiano sommario, da cui tutti cercano fuga e in cui i più ispirati archiviano illusioni in barattoli di silenzio.
Arriva quel momento che amo e nel quale, lo so, ancora coprirò il mare del tuo egoismo per suicidare il cuore nel desiderio assurdo delle nostre nudità indifese.
Arriva e mi saranno impossibili parole.
Ettore guarderà in comprensiva disapprovazione, carammelando scorze d'arance per la calda cioccolata della prossima sera. Mi dirà: mettila tu, la musica. Traccia... Alla fine siamo cani con i tartufi persi dietro gli umori madidi della vita.
Grazie. A te. Su tutto.
Ho ricevuto un dono. Non accadeva da tanto tempo, anni, fatti salvi i segni di mamma e mia sorella, che, però, non hanno la carta scintillante della sorpresa.
Ho tra le mani un percorso, e qualcosa di inatteso. Che rende ancora più accogliente l'abbraccio ospitale del divano. Ti vedo danzare e tutta la tua storia speciale. Scricchiola in emozioni arruginite, il muscolo cardiaco.
Un angelo si è seduto alla mia tavola.
Come portare avanti un tempo di nostalgia, che non è desiderio di ritorno, perché non esiste strada che possa ricondurre il cuore, ma privazione. Parlare nell'eco del proprio sentire, un sentire cavo. Vorrei dire che mi sto abituando, non all'assenza, ma ad un'immaginazione non aderente. Vorrei dire. Ma accade che le lacrime travalichino il lavoro improbo dell'anima castoro. Non c'è avanti, né indietro. E di lato, solo un sirtaki muto.
Non è che non riconosca l'errore, ma comincio a credere che si possa crescere come pianta orizzontale su parete precipite, fino a considerare il paesaggio normale.
Vorrei solo. Solo. Poter tacitare il mio corpo, che è cassa di risonanza ripetitiva. Dell'incanto del tuo nome.
Così, io parlo a quattro occhi e a due orecchie e un solo cuore. Certa che quel cuore è davvero l'argine del mio respiro in vita. E gratitudine è una parole piccola per te. E amore. Un'unità semantica di infinito.
Ho preso l'agrifoglio, un piccolo albero di piccole luci. Di notte, sul divano, mi ipnotizza il gioco intermittente, e immagino, da fuori, la finestra che strizza l'occhio a passaggi distratti.
Stretta.
Appena sento lo sfrigolio dell'accendino, mi sorprendo a pensare all'impronta umida dei tuoi piedi sul pavimento di travertino.
Non mi giro, no, perché il nostro dialogo è da sempre un fluttuare di piani in pendenze impossibili, un gioco di prospettive apparentemente in armonia proprio perché mai calcate contemporaneamente. Dal quadro giallo del forno esce profumo di bacche di ginepro.
Mi piace, in te, la generosità. La combustione da materia prima. E la capacità di dare ad ogni segno vita animata.
Sì, immagino tutto il non detto, mentre mi lascio scivolare in una vasca soffice di puré e odore di Langhe, di inverni che spaccano le zolle e alberi a carboncino, fari di isole senza mappa tra spume di nebbia grigioperla.
Sussulto al contatto, denotando la disabitudine da animale della foresta e a fatica contengo nel perimetro corporeo passaggi di stato di materia. Allungando la mente a tentacolo per ricostruire ricordi che sembrano quasi briciole cadute dall’aspirazione del rimosso. Sono ritagli di negativi, che disordinatamente emergono in cassetti che contengono altro. Solo di recente l’immagine non è frammento, ma quadro composito. Da quando i suoi occhi verdi e sfuggenti hanno sancito un ritorno, sacrificandosi nel baratro di una caduta di massi su una parete alpina.
E’ strano che tanta passione non riesca trovare la conferma di un racconto.
Forse le lasagne saranno pietose, certamente sarà così. Ma il tuo sapore è stupendo.
Quanto zucchero?
Riemergo dal sonno arruffata, mi sveglia odore di carne macinata mista a pomodoro, strascico i piedi nei calzerotti di lana bianca fino alla cucina. Ti guardo in silenzio: accucciata fissi il forno, aspetti che le onde termiche friggano anche il tuo cervello oltre che le lasagne. Fingi di non sapere che sono appoggiata allo stipite, ti tradisce solo l'assenza di respiro nel momento in cui l'accendino scatta e fa bruciare la mia pirma sigaretta.
E inizio a raccontarti.
Eravamo in auto, io e mia madre. Ferme al semaforo, guardavamo il mondo che gira. Il pirata arrivò in un battibaleno, ci precipitò addosso. Mia madre si distrusse le gambe, io la schiena. Ma volli cucinare lo stesso, quel Natale. Per tutti. Ragù alla bolognese, ore di fuoco lento sul putagè. Lasagne, con le polpettine, prosciutto, piselli. Un purè sontuoso, soffice come cocaina. Un brasato al barolo come solo noi di terra di tartufi sappiamo fare.
Sei sempre ferma di fronte lo sportello del forno. Ti vedo, sai, vedo i tuoi pensieri urlare che le tue lasagne faranno schifo certo eccome non è possibile altrimenti.
Mi accoccolo contro di te, seguo la linea della tua schiena con il davanti del mio corpo.
Ti sposto una ciocca di capelli dall'orecchio, con la mano libera dalla sigaretta che tengo lontana perché odi il fumo di primo mattino.
Avvicino la bocca al tuo collo e sussurro, ti sento stringere i denti per i brividi del mio fiato contro la tua pelle.
Aspetti tesa che piccole gocce di saliva ti assalgano e ti scivolino contro la giugulare.
Caffè. Voglio caffè.
Non cerco la bellezza, non in me, almeno. Non cesello la forma, né percorro sentieri immaginifici. Tratteggio istanti, nell'illusione di poter dire, un giorno, che il relativismo non è l'unica risposta. Credo.
Covo la rabbia immota di chi ha giocato seguendo le regole e scopre che la vittoria è del baro, ma non conosce il senso delle parole e quindi, non sa come dire che il gioco è stato ingannato. Stringo le guance, solo per creare un avvallamento infantile alle lacrime.
Stanotte cucinerò. Ho quasi tutti gli ingredienti e voglio ingaggiare l'unica lotta che non può far male, se non al colesterolo.
Assenza di voglia. Scoprire che vorresti saperla felice, come se potesse riscattare la tua apparenza inutile, coperta da un filo di perle attorno al collo.
Quando l'energia è un fazzoletto azzurro che tiene a sacchetto saponette sotto l'acqua scrosciante, il senso di colpa è acido lattico.
ho provato, ancora, a offrire il fianco del ritorno.
stasera mi sento come resina, inutile stilla, umore molesto di corteccia. stasera mi sento con il peso della distanza siderale tra quello che sono e quello cui devo tendere. stasera aspetto un appuntamento per la mia mancanza di affermazione e un letto in un rifugio di paglia.
quale debolezza
e un concerto sottolinea solo l'assenza, come confine di nebbia, della tua voce
Si muove. Animale accucciato nel lato destro della testa, in sonno narcotico. Si sposta, come una pietra dentro un tubo con perno centrale.
Mi è giunta la notizia del tuo successo e sento. Che l'amore dovrebbe gioire. E sento. Che ti vorrei cancellare, con una gomma, sfregando il foglio con accanimento, fino a bucare la trama. Anche quello. Hai ottenuto, al posto mio.
Mi accusano di disinteresse e disattenzione. Ancora. Ieri dicevo che la sensazione di atarassia distaccata, che rende possibile i giorni, esiste solo nella totale assenza di sollecitazioni del corpo, solo nella totale distanza da qualsiasi ipotesi relazionale. E' una sponda conquistata con scafo troppo leggero. Egoista. Egoista. In autodistruttivo levare. E battere. Ritmica condiscendenza.
Si intrecciano due tu. Un parlare a vuoto, che è la mia essenza precipite. E questo ritrovarmi in un sentimento di straordinaria verità, priva di consuetudine.
Ieri, mi sono illusa di normale accadimento. Ma ora so che stasera, tornando, romperò ogni sfera colorata, barbara desertificazione. Non posso sostenere, me stessa e il mio tempo. Chi getto dalla torre?
Sono state notti limpide, sull'autostrada.
Cosa è cambiato? Perché qualcosa è cambiato. Un terreno trafitto dall'uragano, mutato nei suoi tratti primi, accecato, reso humus di detriti, banchi e tavole, abiti di taglie sbagliate, un pupazzo memoria del liceo sfigurato di melma. Il cielo si apre su questo paesaggio del tutto diverso, tranne che nel nome. E basta una nuvola di pioggia a farlo tremare come ferita senza rammendo.
Non si può beffare il tempo. Questo, soprattutto, sento. L'inesorabile.
Ogni discorso non consuma più di dieci parole, poi si riassorbe, un'indicibile stanchezza.
Non credo a niente e ormai tutto è possibile, basta un po' di sforzo e ritagliare veline colorate, che stingono al sole, ma non è chiesta arte.
La memoria è materia da bracconieri.
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