Ascolto anche il rumore dei tuoi passi che non vanno, che non tornano. Sono cambiate le strade e non le hai mai percorse né a somma né a sottrazione. Mi tengo volutamente, forzatamente, naturalmente, lontana da tutto, come se ad ogni emissione di suono dovesse seguire un abisso temporale, nel quale disperdere anche solo l'impressione di un'eco, l'odore digestivo del fiato, e sperare che dopo non ci sia bisogno, di posizionare ancora le mani attorno alla cloaca del cuore e rigurgitare la dolcezza assurda e irripetibile, decomposta nel continuo ricordare, di quello che tu vedevi e sentivi e sapevi.
Ho caldo, snodo la sciarpa a trama larga, quella che lavo e rimetto, perché ricorda una giovinezza non mia, quella di mia madre e la sua rinuncia, appassionata e rea, e quei silenzi crudeli con cui lui le sodomizza il cuore e cerca di spingerla su quel limite estremo dove naufragarla di colpa, prima che possa reagire, prima che il suo amore si trasformi in impotente autodistruzione e poi, ignomignosamente, mi guarda, occhio di genitore che solo ha messo il seme e crede che lo sperma suggelli un diritto.
Vorrei sradicare dalla mente i pensieri, le emozioni, quelle ultime che ancora sussultano. Sì, sentire il rumore di stappo delle radici che sbottano dal terreno e osservare i vuoti, i buchi che si popolano di insetti, ma finalmente non sentire più quell'orribile rumore di linfa.
Quasi a casa, Cecilia Bartoli arrotonda in maschera Pergolesi e so che non mi basterà studiare, penso a questa solitudine strana, familiare, profonda, scivolosa, piena, che mi è cresicuta intorno come intreccio frondoso su tronco esausto. E vedo bianche sculture levigate a bordo mare, su cui appoggi le labbra e senti il sale, mentre nel naso sale l'odore di salmastro. E', invece, un insensato ostacolo tra erba e macchia ingiallita dall'inverno e poi bruciata dal sole. Uno sterpo. Solo di dimensioni impopolari.

per quanto mi riguarda sarebbe potuta andare in questo modo, con te che ti volti verso di me per l’ultima volta e ancora una volta per l’ultima volta mi dici che questa è l’ultima volta, che non puoi più sopportare il fatto che le uniche cose di cui mi preoccupo sono il computer e i libri che leggo e metto in pila dovunque, nel cesso, sul tavolo della cucina, sul televisore, e mi dici che forse lo sforzo è davvero troppo, stare con me, mettere ordine nella mia vita e contemporaneamente cercare di mettere un ordine disperato nella tua, con tutto quel vuoto, e quello che non mi dici mai, perché se tu fossi contenta di quella che oggi è la nostra vita non mi diresti queste cose ogni volta, ed ogni volta è l’ultima volta che me le dici perché la prossima non verrà, così sono uscito senza salutare, ho socchiuso la porta piano piano, mentre rifacevi il letto che soltanto tu sai fare, perché soltanto tu sai farlo, e me ne sono andato scendendo le scale senza fare rumore, sono riuscito perfino a non fare sbattere il cancelletto come sempre, e tu ancora lì che starai aggiustando il cuscino, con il pigiama sotto il cuscino piegato in tre come fanno le commesse dei negozi, e le ciabatte sotto il letto, appena allineate perché io non possa estrarne la punta con la punta dei piedi e infilarle ma sia costretto ad abbassarmi tra mille sforzi di panza tesa e prendere le ciabatte, con la biancheria da lavare nel cestino dove una busta di plastica trattiene la biancheria per fare in modo che il cestino a lungo andare non si macchi, o puzzi, e queste cose mentre tu stai rifacendo il letto e io sono già in macchina e me ne sto andando, le chiavette del gas sono messe in orizzontale, perché così il gas resta chiuso quando usciamo tutti e due, e le tazzine dopo avere bevuto il caffè le ho lavate e messe simmetriche sopra il lavandino, ho passato lo straccio e controllato che sul piano cottura, in contro luce, non ci fosse nemmeno uno schizzo di caffè, poi sono uscito, e senza fare rumore sono entrato in macchina, sono riuscito perfino a non fare sbattere il cancelletto come sempre, e come sempre sono andato a comperare il pane ventiminuti prima di andare a lavoro, per portarlo caldo a casa, e tu che mi prepari i panini per la pausa pranzo, come piacciono a me, con la mortadella e il salame piccante e l’emmenthal, e bevo un caffè prima di uscire, un altro ancora, l’ultima volta e poi comincio a bere anche io decaffeinato, e poi torno a casa per mangiare i panini, e ti dico che sei la migliore, perché riesci a dare un’ordine alla mia vita, e ti amo perché senza questo barlume di vita con te non sarei stato nulla, e spero che l’ultima volta non venga mai, perché altrimenti potrei morire
Giorgio, mi chiamo Giorgio, ricordatene.
sul pavimento immoto di primo mattino, i piedi frugano un'umidità che non trova soluzione nelle ore. Pensieri palustri di stagioni intermedie, scegliendo, tra tutti, proprio quei giorni che maggiormente avvicinano alla stagione precedente o a quella che sta per venire. Accendo un elettrodomestico con distratta indifferenza, purché sia un rumore di fondo, che inibisca il desiderio di nutrirsi del proprio liquame. Siamo materia informe, tagli di marmo, attorno ai quali si perpetra il grande affanno di ricercare la forma. E a volte, scappa la lama e il taglio è epurazione di stirpi mai nate. Si affollanno in mente suffissi greci, che immagino cadere sul latte virtuale e comporsi con l'ostentazione non dialogica di chi sembra doversi liberare di parole in eccesso. Mentre osservo l'acqua sollecitata dalla fiamma a un quasi invisibile sobbollire, scelgo le foglie da benessere infuso e ricordo la notte passata, come tempo di non vita e non tregua.
Scambio con il cane onde di sbadigli.
Oggi è solo un giorno. Da quando. E da poi.
Olio, verde contrasto, sulla pelle che porta in superficie la mia sete. E la mano liscia una scivolosità costretta, un'inarrivabile morbidezza.
Oggi è un giorno, in cui sentirti è lapillo, che cade e brucia.
Oggi ho pensato ai tulipani e alla libreria chiara e ai ricordi di noi inesistenti, passaggio senza orme, cornici vuote si annoverano sotto la polvere. Mi piaceva aspettare e le notti, totalmente perdute, in cui mi svegliavo ed ero felice.
C'è un'umidità che rovina le acconciature e intride e imprime, spossato tentativo di reazione. Mentre cerco di parlarti e rimando, perché ho paura di riscoprire l'inutilità, perché vorrei un filo, per una graduale impiccagione dell'anima. Mi accorgo che il tempo che passa e imbianca e segna è un lento cedere al silenzio, un silenzio senza rinvio. Guardo i volti, digrignati, stesi sui fusti come orientamento di foglia, i volti. Metamorfosi. E il mattino per dire che ancora sopravvivere è allontanare, marcare distanze, rendere superfluo l'udito.
Mille declinazioni del non.
Imprigionati nella comunicazione, non possiamo non comunicare. Contenuti, relazioni. il corpo che esprime l'inguaggi ancestrali. Scismogenesi complementare o simmetrica. Metacomunicazione. E in quel "meta" si annoda e si risolve ogni impossibilità e l'illusione, ora, di capirci.
Ore, giorni di attesa. Anticamera infinita per compiacere il potere contante. E spasmi di campanilismo, che in giochi di correnti verticali riaccendono adolescenza e sentire pendere ai lati del cesto zavorre di rassegnazione inconsapevole. Cerco lo strumento per cancellare la traccia, per sovrappore un'esplosione di coscienza, per non dire a quel vecchio in silenziosa dolcezza nell'ipnosi dei suoi cerchi di fumo, come se la bocca fosse un forno di ciambelle, che sgomentano il primo ricordo infantile. Per non dirgli che sono stata - conferma - la sua delusione.
scrittura povera o, forse, povero il pensiero. come una pianta che partorisce a cadenza irregolare lo stesso fiore, pesante per quello stelo che tanto si è impegnato, distrazione per un'ape di passaggio, sostanzialmente mimetico, opaco, invisibile, inutile.
ascolto voci cantare, dicono che serve per plasmare la voce educando l'orecchio, una riproduzione per analogia. Stupisco di come il lavoro di mesi si disperda per un'ora di errore e mi interrogo, sul camminare di per sé fallace e quindi, inesorabilmente sconnesso. Forse, semplicemente, non c'è possibilità diversa.
Riappaiono in colpo di scena nomi di passato che ho rimosso, e mi chiedo perché, a volte, la mente si rifiuti di posare sulle sue mensole ricordi buoni, discretamente felici. E il tempo andato si traduce in pigrizia, per cui speri che la scena si chiuda e tutto torni metropoli.
Modesto impiego di vocabolario.
Ho gli occhi che bruciano di tanto cielo.
Incrociano le spade un fiato colmo di corsa e il cuore necrotico. Invernale tripudio ha smerigliato il giorno e ricordo i ponti e il fiume e il colore ancora aspro della collina. Ho labbra rosse, aggredite di aria, e salti temporali, come fotografie esplose da un cassetto.
Difendo quello che non ho mai amato, ricordando che ho amato anche in cornice invisa. Ho atteso che il tempo allargasse la sua gonna in un cerchio danzante e non è stato. Eppure, c'è sapore di un bacio.
E non posso negare la percezione di anima isomorfa, in certe giornate. In certe giornate.
Guardando dalla finestra o intercettando un'ebbrezza in istante conclamato.
E torno. Alla mancanza di te.
Mi stranisce come si possa cancellare il vissuto in un ricordo, mi straniscono le distanze siderali delle parole dal loro significato, mi assidera l'incongruità dei significanti, lo strabordare del senso oltre l'orlo smaltato delle parole, ciotole inadatte e l'affannarsi delle mani a coppa, per raccogliere contenuto smarrito, ossidato, già sporco di contatto terrestre.
Le sue dita tessono i miei umori più intimi. Il desiderio è una soffitta troppo a lungo trascurata, finestre murate dal guano dell'essere comune. Mentre sotto coperte invernali, annodo le gambe in rosari di perdizione, consumando sospiri ad una lampada che non sa esaudire.
Sento, di nuovo, il lambire lungo dell'onda della prossima stagione e mi domando come difenderò le rotondità senza il panno pettinato del cappotto. Osservo dalla finestra quei monti che ami e l'eldorado transalpino; come sempre e ogni volta, mi chiedo quale meravigliosa alchimia mi renda privilegiata al tuo talento. GInocchia al petto, sul divano, lucido di notti irrequiete, colorato di attese.
L'attesa, che ora riservo a quello che la fiamma ha purificato, pochi tesori in una tasca stretta.
Qui resta, Parsifal.
Cinica. Mi allontano da ogni ombra che possa prefigurare forme felici. Teorizzo non l'amore, ma la plancia del gioco, caselle e dadi, a turno una mano, non rassegnazione, ma riduzione delle aspettative.
Ha funzionato, in fondo. Da quando ho smesso di corrodere l'anima con i sogni mancati, con le possibilità impossibili, non dico di avere trovato una contraffazione di pace, ma una sorta di carapace, che mi tiene radente il suolo, che toglie ogni attesa e così, sono meno ruvide le notti e le sere e anche il risveglio, senza riflesso.
L'altra sera, l'ho incontrato, in uno spazio non onirico, fuggendo a lampioni ormai noti. Eri tu. Avevo promesso siccità, invece, ancora mi riverso su di te come pendenza inesorabile. Quel sapore. E di nuovo, narrazione. E di nuovo, perdere. Perché a volte esiste solo una risposta. Un atto unico. Quello. Per te.
Lavoro, sullo spazio di una solitudine inalienabile. Lavoro, sull'efficienza sgualdrina. Osservo e assimilo, la permanenza in errore. E il tessuto di menzogne, che alla fine appaga.
Voglio. Una menzogna. Mia.
ieri faceva caldo, caldissimo, l'aria scaldava il pelo dei cani mentre correvano e noi camminavamo ti ho vista osservare la neve accumulata e ormai sporca, credo che spesso ti senti così.
io non riesco a vedere lo smog che si poggia sul bianco, se penso a te. vedo solo roba bianca e farinosa.
la cocaina fa male, mio omerico giardino, mi hai detto ridendo.
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