Autostima. Mentre rispondo con piccoli colpi di punta di piede all'oscillazione precaria del ginocchio sulla grande palla bianca. Essere assertivi. Ho vissuto il mio essere come una stiva, colmata da troppa fame e troppa paura, svuotata con l'ansia e l'ingordigia. Arrivando alla presunzione, senza passare dalla stima. Auto. Trazione. Picchia in testa. Mi odio.
Mettersi il cuore in pace. Che espressioni orribili, esistono. Cuore nella pece, colloso, ossidato, corrotto da muffa penetrante. La pace non mi interessa. Non quando vorrei entrare nella tua memoria e ancora chiedere cosa era vero, se è stato vero. Cosa cerchiamo. Dove.
Importa? O è tutta una casualità, ma allora quale è il senso di queste improvvise cadute e riprese? Basterebbe abbandonarsi alla corrente. Al tutto che scorre. Ed ecco che salti su una roccia levigata; qui, invece, c’è una riva erbosa e solletichino; qui, un mulinello che perde il colore.
Mi dici altre cose e vortico. Si ribella il corpo, dentro, le viscere, divorate, ma la pelle non si ritira, un fagotto. Non è il tempo delle domande. Mi dico: accontentati. Vorrei prendere sulla pelle l’odore della strada, per non perdere la traccia. Più. Perché credevo fosse importante appartenere e, invece. Forse. E’ tutta costruzione, nulla più di una convinzione e senso del dovere.
continuo a osservare la tua impronta nel letto, ci ritorno sopra come a rubare una conferma ancora della tua presenza
credo
dovrei spalancare le finestre e lasciare la luce scrosciare
forse
fare ordine perimetrale, raccogliere da terra gli oggetti che, mescolandosi tra loro, mutano, muti
forse
candeggiare il lutto bianco e stenderlo sui filari delle mie paure
non in ordine alfabetico, offrendoli vittime della tua mano rapace, dorsi scalfiti da occhi che chiedono se questa volta la narrativa sarà migliore
ora è casa
Sono le otto e dieci del mattino e il pigiama corre verso la doccia, verso il cibo per i nostri bambini. Il pigiama. Il corpo dentro invece sta fermo con la sigaretta in mano.
-Non è tardi?
-Sì.
Allungo un dito per indicarti la mensola dei libri intoccabili, imprestabili. Curva verso il mezzo, forma una pancia morbida, rassicurante. Tu guardi e proponi l'Ikea, questo sabato.
-E i cani? Ci faranno entrare con i cani, Emma?
-Credo di no.
-Allora sabato non ci andiamo.
La pancia si rompe all'improvviso, i libri si liberano delle costrizioni, si allargano, si spandono come foglie allucinate.
-Ci andiamo oggi.
Tema: la primavera tarda ad arrivare e si consola con gli ovetti di cioccolato e marxzapane.
Svolgimento.
In camicia e bretelle, Buster Keaton in fotogramma bianco e nero, tento di srotolare l'enorme bobina. Sul ciglio di una scala. Che scende dagli occhi e si appoggia, piccoli pioli sul petto. Si inerpica come edera, oltre il fronte della clavicola e cade a gocce nell'incavo della schiena e ripidissmo sopra le ginocchia.
Reti rifilate da mani rugose, grandi aghi che tessono un filo ritorto.
E nodi, per non fare fuggire i bottoni.
Non c'era sole, ma non pioveva.
c'era un divano arancione, un graffio domestico contro finestre annichilite. non è che non ci sia più.
gli giro intorno, accarezzandone il profilo con il dorso della mano
dove l'ego regna sovrano si crea una penombra cavernosa
dove dipingo stilizzati primitivi
ci sono arenili di disincantata indifferenza, atolli vulcanici dai diametri avari si misurano in passi consumati in un giorno o in parentesi di ore
isole separete da mari di amarezza
poi si prosegue, scura e salata linea di formiche
il tuo polpastrello appena si appoggia al mio labbro inferiore, una pressione primaverile per rompere la tensione che rende così sottile il mio sorriso. "Sorridi, bambina" ripeti alla contrazione della mia anima, che si stizzisce per un vezzeggiativo convenzionale e si autoflaggella per la concessione di inutile civetteria.
L'impermeabile allarga ali nere attorno ai fianchi; in questa stagione, sembra voler contraddire il teorema dei giorni di pioggia: in questa città, il vento soffia solo per fare dispetto agli ombrelli.
Itinerario slow feel. Nel dormiveglia, mi raggomitolo sollecitando la sensazione di un corpo a corpo di tenerezza, mi raggomitolo in un racconto.
piove, la strada è frastornata di rumori, sfrigolanti di pozzanghere offese, clangore di frenesia produttiva. non sento la tua voce al cellulare, ma mi conosci, non oso segnalare un difetto, nemmeno se non ti riguarda, e provo a ricostruire parole da suoni frammentari; rispondo non pertinente, ti irrita quella che tu chiami la mia lontananza e non è altro che una stupida forma di suddito rispetto. so che non ci vedremo, che dai appuntamenti alla tua inettitudine, mi piego su di te come cespuglio di mirto per difenderti dall'inclemenza del tempo, attingendo dal fiume sotterraneo, dall'appartenenza sorgiva. sento gli occhi dolenti di lacrime verticali, che non stillano, ma tendono la parete fino ad un'impossibile esplosione. quante volte ci siamo detti che piano piano avrei imparato. se resto così, assottigliata contro la terra, arrossendo al solletico dell'erba, se resto così.
sembrano meno indifesi i confini, quando il cielo si china plumbeo. o è solo più familiare.
sbuccio i pensieri come arachidi senza frutto, ai miei piedi, quasi segatura, cadono le bucce frantumate, anima pitecantropa. mi delude il contatto dei corpi, grondante di sudore o atropico come lastra ollare. mangio i miei pensieri in metamorfosi limitrofa, immaginando di potere candeggiare in nero. nell'occhio il punteruolo vivido di un'immagine, sfogliata senza voglia da campionario luxury collection, negazione- ecco mano tesa a fare schermo - del greto dei fiumi di provincia.
il silenzio non è assenza di suoni
e quando tocco un ritorno, lo anniento è perso di nuovo
scorzette di un frutto che ha superato la sua maturazione
infuso giochiamo a riconoscere gli aromi?
non credo più a niente, mi nutro del mondo con le posate del cinismo, poi, di nascosto, libero lo stomaco e la gola. Vedo l'acido sulle sue mani segnate dagli anni, sul suo sguardo che sembra incantato, mentre io danzo su filamenti di sangue.
ci sono ristagni, l'odore decomposto di depositi non ossigenati; c'è il bisogno di dire che si traduce in singulti, in espettorazioni inconsulte, parole annotate, come trappezzisti lanciati nel vuoto, alla ricerca di un legame; aspettando il momento giusto, rimandando, allungando le dita su ogni ieri, sempre più magro.
come suona diverso
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