tu attendi, egli attende, io attendo, tutti attendono, attendere, attendente, dente, tende, rende, send, send me a message, message in a bottle, police, liquorice, so nice, nice to meet, metti, metti che, metti che un giorno, un giorno ti attendo, ti attendo alla metro sesto marelli, son quella con i fiori tra i capelli, tu sei quella con gli occhi più belli.
Ora non ho tempo. Quando si ha tempo?
Guardo le mie parole rotolare nel fossato come biglie: vince Gimondi e sono costumi guarniti di sabbia nell'estate romagnola. Le biglie si addestrano alle curve sulle pendici amate e lontanissime del tuo corpo, fingono di altalenare sul lobo, frammenti decorativi del discorso che non comincia e non termina, e non procede, perché ogni volta è ricominciare, ed è ricominciare su una sedimentazione, che rende spesso il terreno sotto i piedi, ma non migliora l'altezza.
Bisognerebbe non narrare, per non dare fiducia, per non tradirla, perché si stipulano patti impossibili. Mi ascolti? E vorrei tappare le orecchie, mentre incasello il tuo racconto, il racconto di te, che a te mi vincola. MI avvalgo della facoltà di non rispondere, corso di laurea in silenzio. E menzione d'onore.
Che inganno, supera l'intenzione. Io credo che sia tutto un inganno, perpetrato tra un punto di inizio e il terrore della fine. Non senza eccezioni, sicuro. Ma eccezioni. Un eccesso, comunque. Anche di buono.
La notte precipita sul materasso, i sogni sono acari, che al mattino ridono delle finestre spalancate, della memoria fragile. Mi stupisce, ancora, la prepotenza voluttuosa dei papaveri, labbra puttane della vita, che chiama al desiderio e prospera nel calcolo.
Tornano i conti ora? Ti vedo nel tuo mantello di cupidigia caravaggesco. Di fronte a te, i risparmi delle mie illusioni. I raggi di sole tintinnano contro i vetri, sapessi che fatica.
Gioisco con il mio omerico giardino. E aspetto l'orizzonte.
succede che mi sieda sul greto del fiume e cominci a giocare con i sassi, le dita mostrano striature di terra bagnata, e l'acqua è fredda. In questa stagione. O a questa altitudine?
E' un gioco pigro, per allontanare il tempo; per dire che sto diventando sempre più silenziosa e che, sempre meno, questo mi appare strano. Eludo le domande, rimango con risposte annichilite, strozzate in gola in una sorta di attesa, che passi, l'interrogativo, e nessuno si accorga che ho mancato all'appello.
Così, mentre l'ora si incatena ai miei piedi e mi ricorda che esiste - esiste - il tempo sprecato, mi ritrovo - dirai tu: mica ti credo...ma poi ti metterai ad ascoltare - a scriverti. non tanto racconti, che, come sai, non son proprio nella mia penna, quanto piuttosto tentativi di unire tra di loro le domande che possano aprirmi immagini della tua vita.
Perché io mi chiedo, e non chiedo. Se sei felice, con quali mani componi partiture doppie per far suonare il tuo cuore, se i tuoi progetti sorridono, chi ti dice cosa, e di cosa parlate, che è accaduto a uno e cosa argina l'inchiostro di un altro.
Mi perdo, in punteggiature, sul greto del fiume. Forse mi stai aspettando a casa. O aspetterò.
appena una presa di fiato e ancora sotto il profilo dell'acqua, galleggiante asimmetrico
mi stupisco di similitudini, che osservo come frutti sui rami chiudo gli occhi e li riapro all'improvviso, gioco a nascondino con la percezione ma è ancora lì
perpetro il silenzio
a fuggire sensazioni a fuggire e rileggere quello che è stato con l'inutile consapevolezza di oggi
a fuggire la lite ma non lo scontro inciampo su pensieri a metà
in questi giorni, emergono si svelano si tramandano assurgono
antinomie
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