radunati attorno alla tavola, famiglia sgranata, disgiunta, dicontomica. Atomica, pensiero che esplode senza fragore, fungo di fumo denso, che segna i corpi e le menti, incunea distanze, mascherate dal picchiettare delle posate nei piatti. Si contano le assenze e non sempre sono luttuose. Ma meglio di quel chiacchierare volutamente fuori misura, leggermente stridulo di buona educazione; che pure amo e ricerco. Parliamo dei piatti del 1800, le cifre degli avi, meno che ombre ondeggianti, e un pasto cominciato a rovescia, spiluzzicando l'uva e le prugne dal viola maturo. Non si parla di chi non c'è, lui sì, rapito al tempo, limpido e sempre candido volto in fotografie appositamente incorniciate. Ma sempre mi ritornano le immagini di quando, lontani i miei genitori, mi portavano sul lago d'Orta e si remava per un bagno in acque così cupe da suggestionare mille brividi sotto i piedi, intonando canti di alpini e i ritornelli infantili, di cui ancora si ricorda l'eco. E le sere, noi stavamo nascosti come lepri sotto le lenzuola bianchissime e ruvide, pagliericci altissimi e ricopiavamo la voce roca della zia, ferma sulla porta comunicante, che ci guidava nell'appello al celeste. Poi il bacio sulle fronti nel buio e finalmente, l'avventura notturna delle parole, improvvisamente importanti.
Non è così ora, ma, a dispetto dei lividi degli affetti che si consumano, prendo questa domenica che apre l'autunno.
niente da fare
è come se fosse impossibile pronunciare parole, ridotte a generi di prima necessità comprati con le tessere, appena quel che basta a sopravvivere
penombra
il disagio di un sogno scomodo, brusco risveglio in cui il sollievo di ritrovarsi nel proprio letto, spazialmente estraneo, non sfonda l'oppressione di quello che si vorrebbe dimenticare
brevi tratti di terra emersa, curiosi polmoni del niente
e queste strade che grondano glamour, sciolto nelle pozze sconesse di pavimentazioni degradate
finché l'orrore si appiglia ad un riquadro a piè di pagina: un prodotto Tamaro ammorberà di nuovo le librerie...
riesco a stare tra i mazziati anche quando sono negli ultras
sì, è lei... - la conosci?
brusio
cellulari alzati per testimonianze blog
ma la Fossa è qui
tra i leoni
l'intenzione c'è
crema di glicerina ad ammorbidire le mani
scoprire, passeggiando, che il pensiero è a fotogrammi, il montaggio perfetto della tenerezza
ma
essere totalmente incapace
un rallenty così dilatato da cancellare l'atto
non era così
dopo tanto tempo passato a coprire le finestre con carta di giornale, fisso nella minestra che ha smesso di fumare il riflesso con occhi a fagiolo di una spiegazione che non so dare
una proposta di me
Succede. Come?
Eppure. Ti senti incoerente. Con le tue scelte. Frana la sicurezza almanacchistica di azione e reazione, atto e misfatto, da cosa nasce cosa. Cosa? Come se il tracciato così opportunamente e razionalmente segnato dai passi successivi, dalle soste meditabonde, dalle frenate ferree, fosse improvvisamente franato. In un punto che non sai ritrovare.
Dove eri tu. E non ti sei visto.
E ripassi ostinatamente davanti ai cancelli a doppia mandata delle strade non prese, illudendoti di un diverso che non sarebbe stato.
Io mi chiedo come si possa assorbire nella vita l'eterno cambiamento, anche i dettagli, le puntine sulla parete, cui aggrappiamo le nostre fotografie slavate.
non è un compagno paziente questo girare di pagine, sprofondato nella poltrona, sprofondato nella fossa dei giorni, galleggiante volume, incassato tra il vecchio col sacchetto di plastica floscio come le gambe dei suoi pantaloni e la giovane sudamericana innamorata del suo cellulare, 14 fermate a casa, 14 fermate al via
la sera è contratto nervosisimo, esposizione ai raggi del tubo catodico
ma senza rimpianti
nessuna sigaretta e conseguente speranza
di sesso
o di smettere
resto
rimanenza
reliquia
oggi, è la lettera R
Giochiamo. Giochiamo che io ero un pirata mulatto e tu un capitano e che i mari erano blu topazio e il vento portava la sabbia?
Giochiamo che il tappeto era una casa e la cucina era lunga e stretta e noi eravamo golosi e c'era il mio amico MIster Banana?
Giochiamo che cavalcavamo nella foresta di benjamin e gardenie e sotto le foglie c'erano gli elfi e con le pietre disegnavamo piccole case per le formiche?
la spiaggia era lunghissima, piatta contro acqua mescolata di piedi e mosconi, anche allora, soprattutto, i pomeriggi odorosi di pinoli e l'ampio terrazzo divaricato di libri e l'oleandro di Turandot, prima di sapere. Il carretto passava e quell'uomo gridava "gelati". Il primo coccobello, quando ancora non si era diversi.
perché ci si mobiita solo per strumentalizzazione?
bleah
primo giorno di assoluta, inequivocabile, roulettistica rottura di palle
mi manca la febbre,
questo bisogno, che ora cerco di ricreare a freddo
di sentirmi nuda sotto la tua lingua
sorrido artificiale, dispensando artefatti
a chi mi crede
o fugge
la felicità è sempre 3 cm più in là
non davanti, beffarda
non dietro, incantatrice di desideri
di fianco
abbastanza vicina da poter essere sempre visibile
da riempirti la bocca di "quanto potresti"
ma inarrivabile
sostanzialmente inutile
questo l'allenamento, la nuova educazione
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