Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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abbassa lo stereo
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*loading* ospiti a pranzo
 

E' vero che col passare degli anni ci si trova a bussare, bene accolti, alla porta del cinismo? Che improvvisamente ti ritrovi a sabbiare ogni manifestazione dell'animo, scorticarla, fino a ridurla ad  uno stuzzicadenti senza olive?

Dicono che l'arretrare negli archivi dell'anagrafe, dai cassetti più recenti a quelli più impolverati, porti con sé questo smagamento. Ma non accade a tutti.
Invidio chi ancora sgrana occhi incantati e corre leggero dietro a farfalle: le uniche farfalle che vedo e che sento a me fanno chiedere cosa abbia lasciato andare a male. Invidio chi gioca incantesimi e riesce, davvero maestro, a portare la possibilità dell'illusione in questo contemporaneo respiro. E ricordo quanto era bello, mentre osservo senza inquisizione il mio petto in cui nulla si muove.

La ricerca del senso ha ossessionato la mia comprensione. La ricerca di un’onestà intellettuale che vuole andare oltre la parola come comunicazione e ogni giorno si ripiega su stessa, putrefatta nelle viscere dal compromesso non so perché universalmente condiviso, forse, necessario, del quotidiano impegno nel lavoro. Totalmente senza nobiltà.

E oggi mi sento in un brullo terreno centrale, incapace di spiccare un volo anche solo da oca campestre, ma avviluppata nell’impossibilità del vero. Forse perché noi per primi segnati da un ineluttabile finale, non sappiamo provare altro che sentimenti caduchi, narrazioni eterne con inchiostro che sbiadisce, beffati dal libero arbitrio, che ci rende imperfettamente in-felici.

Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago/ a me sì cara vieni, o sera…
Non fosse che l’imperscrutabile vertigine oltre l’esalazione dell’ultimo respiro mi terrifica come il tutto impossibile, mi trovo attaccata a un inaccettabile vivere, smarrita nell’incapacità, mitile stolto e presuntuoso di esistere comunque, ascoltando il pulsare di un muscolo.
 

In soldoni.
Non so più comunicare, ho eroso il ceppo della parola fino a snaturarlo ed ora tutto diventa complesso. O, più mestamente, non ho davvero niente da dire, nemmeno quando ci provo.

Diventa così elefantiaca anche la più strumentale esperienza, come l'acquisto del motorino. Mi ritrovo torva e piena di lacrime di fronte ad un rivenditore decisamente ruvido, che non capisce - ma perché dovrebbe?. E all'aggressione non so rispondere, se non incassando sempre di più la testa tra le spalle, brutta tartaruga dalla pelle umana.

Più dell'amore, manca la tenerezza. La chiave che, la sera, canta in due giri il ritorno.

Mi sento liberata. L'ultimo mese ha segnato il taglio dell'ultimo cordone, vedo nuovamente la mia immagine allo specchio e rileggo tutto il vissuto, senza mentirmi troppo, cercando di preservare la mia sopravvivenza. Oggi non devo fedeltà a nessuno, meno che meno all'ologramma delle mie illusioni tradite.

Ma riaffermo il diritto di dire che, nell'onestà della visione, quello che di me vedo comunque non mi piace. Mi ripugna.

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specchio, emma
 

ho smesso di aspettare, quindi, ho tolto la porta dai cardini ed è rimasto solo l'infisso, pleura squadrata di un innaturale respiro del mondo. Un arco vuoto, dove roteano i rappresentanti della materia - moscerini, foglie, aliti di vento, primi fiocchi di neve - e l'antimateria di questo ingresso bianco.

la poltrona è vuota, non una sedia, perché  - sai - nel tempo anche l'attesa ha preteso le sue comodità
l'ubriachezza mai molesta

e ora siedi sul gradino, proprio appena all'estremo dello zerbino, e semini fuori stagione il prato di un racconto stanco, mi porti quello che non ho visto, la mediocrità della mia scelta

suprema

infranta

in silenzio rivesto il letto con lenzuola che sanno di frutta essiccata

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emma, trichecò
 

Non si sente il suono delle campane. Misuro gli anni luce in lontananze, stella che brilla in morte.

C' è un'aria confortevole, senza inviti, senza sbalzi. Non mi so ribellare, indosso strati e strati di tessuti diversi, un sipario inviolabile di inespresse amarezze. Poi, ti ascolto, non ricercando il giusto, ascolto l'arrovellarsi di scelte scontate. Perché il comodo - pensa un po'- fa comodo. Quando si dice che le parole non si compongono a caso.

Non ho dormito, ma poi sì. E preferisco una cadenza non elettrica.

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emma, latitanza