Scroscia. Il suono scccc... trascinato dai pneumatici. Ombrelli e sacche e incrociarsi per le strade come se fossimo, tutti, birilli di una gimcana.
Mi piace. A me no.
Non mi riconosco, per niente. Ma non so dove andare a ricercare quella me che ricordo. E' come se, per non precipitare, avessi gettato ogni peso, ogni parte di me come fosse zavorra. E ora sono galleggiante, sì. Ma non appartengo a specie. O vorrei non appartenere a quella. Snobismo? Presunzione? Follia?
Di notte sogno. Tanto.
Con esiti alterni.
E stasera. Sulla laguna.
Mi mancherai.
Si insinua, come il freddo appena uno spiraglio sguarnisce il piumone dal suo avvolgere protettivo.
La sensazione che questo contatto del corpo con l'aria sia un'illusione di rallentamento, mentre pensi che sei fortunato ma non sai come beneficiare di questa fortuna.
Si procede per successive sottrazioni, per ipotesi di approssimazione. Levando e negando, senza allevare e alleviare.
Ci si abitua all'estraneità riconosciuta, calando gli occhi sulle pagine, sopportando, fingendo di ignorare, di essere disegnati anche dagli sguardi orripilati sfuggenti.
Ghisa pesante nera.
Fa' una magia, apri le dita a ventaglio, regalami una pietra di fiume. Fa' una magia, illusione di istante, quel momento in cui crediamo di avere svolgimento, un fraseggiare sublime e senza titolo. Fa' una magia, nascondi l'infinito nel perimetro di lenzuola, prima tese, poi arruffate, spoglia l'infinito e offrilo in dono a labbbra grondanti. Toglimi la parola, perché ne inventi ancora, per questa esplosione di cuore e per tutto il lento volteggiare di nebbie su acque immobili. Fa' una magia, porta le mie suole su sanpietrini infantili, vieni a molare i ricordi, mentre ti dico mi dici parliamo di una vita che non entra, non qui, si ferma sulla soglia, al limite di un poi impronuciabile.
Fa' una magia, scompari.