dovrei fare qualcosa, ma non so cosa
o quello che la ragione porge come specie di zattera imporrebbe una drastica revisione
e non ho il coraggio
non ho
c'erano periodi che sapevo propizi e altri anno dopo anno segnati dalla tara dello scotto, anche le stagioni esistenziali sono confuse tra glaciazione e deserto
aspetto
come se il vivere al confine di qualcosa che potrebbe arrivare fosse giustificazione sufficiente all'accidia
il senso del limite
le parentesi che prevalgono sullo spazio abbracciato, stritolato, forse vorrei essere parentesi per parole altrui, porgersi concavo, incamero acqua e vivo con un secchiello in mano
i prossimi giorni
come era speciale essere normale
i prossimi giorni
a soddisfare
perché passino
via
motivetti infestanti ritornano, sembrano imprigionati tra i denti, saltellano la loro vergognosa ossessione e mentre la mente li pesca come pesciolini di una vasca musicale, mi chiedo perché si appiccichino con tanta facilità alla memoria, costringendomi, comunque, a modularli con circospezione da ladro.
generazioni da cartone animato
una borghesia che ora sta addosso come pelle parzialmente scollata, grandi tagli a vivo dove le curve diventano pieghe, in offerta speciale
faccio questa telefonata con grande disprezzo, una voce da testimone meccanico di vangelo comodo, per non dire che sei tu che l'hai perso, che l'hai lasciato andar via, pensando che la paura della frusta...la paura paralizza, scacco matto al coraggio, ma ti lascia un regno di macerie, la corona di macerie che inzacchera i capelli e stucca le labbra, piccole e grandi, finché fare l'amore si riduce a un lavoro di muratura, la calce di un'indifferenza tanto profonda che persino toccarsi è un gesto così insignificante da poter essere compiuto
sento affiorare l'irrequietezza che spinge a cambiamenti avventati, all'insoddisfazione di chi attende cambiamenti e tutto è in quell'attende, così stanziale e fideistico, così illusorio e illuso. Si potrebbe parlare di male stagionale, se ci fosse una linea di demarcazione in questo cielo accanito, in questi rami che espellono colore. Mi dice: cambia, ma è arrivato il momento della vita in cui devi chiederti cosa davvero puoi cercare e trovare per stare finalmente bene. Stare bene? Per certi aspetti, sto già bene per il privilegio di scrivere o dire che non sto bene.
Possibile che non si possa semplicemente parlare. No. Si vuole avere ragione. E' normale, credo. Oppure è solo un sostenere con convinzione la propria opinione. Credo. Di fatto, c'è qualcosa che non torna. Mi stanco in fretta. Vorrei solo parlare. Dirci delle cose senza che siano interpretate come provocazioni o, men che meno, insegnamenti. Sono respingente, evidentemente. Mi alterno tra tautologie e fuori luogo. E' che la disabitudine è un'atrofia, alla fine mi riparo nel silenzio, senza doti per il divertissement. Non credo si possano alienare da noi tutti i sostantivi che ci ripugnano: ipocrisia, egoismo, cattiveria, indifferenza, incuria, pragmatismo.
Con il tempo, sembra tutto più difficile.Sembra.
E la fame non induce più a grandi banchetti festosi e gaudenti e a tratti, violenti, ma si acquieta sbocconcellando, lo stomaco del cuore sempre più piccolo.
Legare i penseri su un filo di lana che frega lentissimo su dita bagnate, timidezza liquida. Auguri di cosa? domande cosa fai e dove vai sulla navetta che porta all'aeroporto, sdraiata sul divano consumando piano caprino francese che suona così bene che mi vedo in Chanel, stipando i bagagli come fosse un esodo, un esodo vero sul nido del cuculo degli affetti, rubare un istante, che è il furto più grosso, la maggiore destrezza, mi chiedo se la tartaruga mangia la foglia, è per questo che ha l'aria di chi sa cose antiche, segreti ripetuti, come scherzi che ancora fanno ridere, segreti, che sembra che menta l'amore, si dice romantico si dice carnale, ma non amiamo l'altro, l'altro quello che senti che non si modula spontaneo sulle tue corde o è solo quello che vedi, non un sogno impossibile. Insabbiata come una sogliola. Proprio. Tutto il corpo sommerso, strisciante, involuto. Non devi, non puoi, di cosa hai paura, paura, non bussa, non suona, un campanello che salvi la rassegnazione. Non affrontare, rimando a domani, non perché è un altro giorno, ma solo per fingere che potrò fare e dire e accettare, ha colpa chi attende o chi non arriva, così arriva domani e solo dopodomani saprò che è tempo bruciato, irrisolto, perduto.
Schiena contro la parete di marmo fredda, cade sulla pelle a pioggia una doccia calda, un getto che costringe al risveglio, tanto che non mi lascio cadere sul piatto bianchissimo, ma impongo ai pensieri una approssimativa organizzazione. La casa di chi vive solo ha tutte le porte aperte, il pudore non si nasconde dietro gli stipiti e l'indulgenza sorvola il caos o l'ordine statico.
La porta trasparente della doccia cigola, così poco estetico il gesto di asciugare ogni goccia, sindrome massaia così poco adatta a una salle de bain. Aspirazioni estreme nel quotidiano prosaico. Senti la tua voce che parla al cane, bolle circolari che si acciambellano nel silenzio e hai smesso di chiederti perché non risuoni, in quel perimetro che dovrebbe essere l'approdo, il sentimento di un borbottare caro.
C’è qualcosa di sordo nei movimenti che calzano i vestiti sul corpo, spazzolano i capelli, lanciano occhiate di ordine ad uno specchio in cui si riflette il viso che non sai come portare fuori di casa, decisamente di taglio non sartoriale. La borsa rovesciata sulla credenza, la trascuratezza di una ricerca frettolosa, con mani rapide tuffi nuovamente ogni oggetto nel pozzo di cuoio. Indossi il tuo tempo sfuggente.
E sei oltre la porta.
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