Mi vergogno.
Parlo sempre meno, perché mi rendo conto di non potermi appellare a clemenza.
Così grave l'immobilità.
Piedi di cemento in scarpe di cemento, affondati in sabbie mobili.
Dovrei interessarmi, ma tutto rimane statico, tungsteno, un'equazione talmente lunga che non saprei più risalire all'errore, valori che si intrecciano in spirali senza ritorno, togli, aggiungi, eleva alla radice quadrata di tutti i multipli di sei, fratto logartimo in base nove, perché il dieci non è mai meritato. Dovrei ribellarmi. Invece. Eliminati gli ostacoli, mi prosciuga lo sconfinato nulla o il possibile, che richiede cuore e muscoli.
Non era così che non immaginavo, quando tutti immaginavano e io pensavo che già ogni istante fosse un carico di tronchi giù per la corrente. Non immaginavo, ma certo non corrisponde neppure ai rimossi.
Imprigionati nella comunicazione, non possiamo non comunicare. Contenuti, relazioni. il corpo che esprime l'inguaggi ancestrali. Scismogenesi complementare o simmetrica. Metacomunicazione. E in quel "meta" si annoda e si risolve ogni impossibilità e l'illusione, ora, di capirci.
Ore, giorni di attesa. Anticamera infinita per compiacere il potere contante.
E spasmi di campanilismo, che in giochi di correnti verticali riaccendono adolescenza e sentire pendere ai lati del cesto zavorre di rassegnazione inconsapevole. Cerco lo strumento per cancellare la traccia, per sovrappore un'esplosione di coscienza, per non dire a quel vecchio in silenziosa dolcezza nell'ipnosi dei suoi cerchi di fumo, come se la bocca fosse un forno di ciambelle, che sgomentano il primo ricordo infantile. Per non dirgli che sono stata - conferma - la sua delusione.