recito
alla fine, è sorprendente come al mondo basti sentirsi dire che sei tranquillo, per indossare senza venature di colpa la maschera del sollievo
notti sul divano, televisore acceso, luce
tutto già visto e già detto
cambiano i nomi, lo stesso sensus vacui
l'errore
e il tormento
ecco perché occupo sempre meno spazio
tu attendi, egli attende, io attendo, tutti attendono, attendere, attendente, dente, tende, rende, send, send me a message, message in a bottle, police, liquorice, so nice, nice to meet, metti, metti che, metti che un giorno, un giorno ti attendo, ti attendo alla metro sesto marelli, son quella con i fiori tra i capelli, tu sei quella con gli occhi più belli.
il tuo polpastrello appena si appoggia al mio labbro inferiore, una pressione primaverile per rompere la tensione che rende così sottile il mio sorriso. "Sorridi, bambina" ripeti alla contrazione della mia anima, che si stizzisce per un vezzeggiativo convenzionale e si autoflaggella per la concessione di inutile civetteria.
L'impermeabile allarga ali nere attorno ai fianchi; in questa stagione, sembra voler contraddire il teorema dei giorni di pioggia: in questa città, il vento soffia solo per fare dispetto agli ombrelli.
Itinerario slow feel. Nel dormiveglia, mi raggomitolo sollecitando la sensazione di un corpo a corpo di tenerezza, mi raggomitolo in un racconto.
Si alternano oceani di indecidibilità. Marosi di parole atrofiche, in perenne stato di mancamento. Si alternano le fucilate di luce di questi giorni, un vento insolente, che a tutti i costi sospinge, che solleva vortici di vite e le ribalta in diesis. Si alternano addii granitici, candele accese a una divinità beffarda. Si alterna un viso in scatola domestica e la sua narrazione cara, preziosa, un tessuto segreto. Si alterna il labirinto, leggero mal d'aria, il passo del rampone pesante di neve, prima del taglio livido di un salto. E sentire che il dopo ha lettere minuscolissime, una cartina di caramella caduta accidentalmente da una tasca, un oltraggio sul ciglio di un cammino ubriaco. Prigioniera, perché non partecipo. Sempre più disallenata al contatto, tanto da avere paura come animale selvatico. Mentre mi chiedo, se non ho sbagliato anche le professione.
Come portare avanti un tempo di nostalgia, che non è desiderio di ritorno, perché non esiste strada che possa ricondurre il cuore, ma privazione. Parlare nell'eco del proprio sentire, un sentire cavo. Vorrei dire che mi sto abituando, non all'assenza, ma ad un'immaginazione non aderente. Vorrei dire. Ma accade che le lacrime travalichino il lavoro improbo dell'anima castoro. Non c'è avanti, né indietro. E di lato, solo un sirtaki muto.
Non è che non riconosca l'errore, ma comincio a credere che si possa crescere come pianta orizzontale su parete precipite, fino a considerare il paesaggio normale.
Vorrei solo. Solo. Poter tacitare il mio corpo, che è cassa di risonanza ripetitiva. Dell'incanto del tuo nome.
Così, io parlo a quattro occhi e a due orecchie e un solo cuore. Certa che quel cuore è davvero l'argine del mio respiro in vita. E gratitudine è una parole piccola per te. E amore. Un'unità semantica di infinito.
Ho preso l'agrifoglio, un piccolo albero di piccole luci. Di notte, sul divano, mi ipnotizza il gioco intermittente, e immagino, da fuori, la finestra che strizza l'occhio a passaggi distratti.
Stretta.
Quando accedo alla mia finestrella di post, compare una facciotta finto complice che mi dice sii paziente.
Sono la regina delle attese, sento il tempo annodato ai miei fianchi come cerchi concentrici di tronco. Lo sento come una corteccia, a volte bianca e leggera come strato di pelle su fusto di betulla, in altre, come una crosta asciutta che si solleva per creare riparo a formiche e insetti.
Ho aspettato come una pazza silenziosa. Il levarsi del fil di fumo.
E se vesto latte è segno del mio lutto.
Ho ancorato il mio pensiero a ricordi recenti, che, fuori dal tempo, mi permettono una non relazione con il vissuto. Accade che ora le lacrime non eruttino improvvise, affogando i movimenti. Accade. Che restino. Sul confine.
E lotto. Lotto. Per mantenere questo appiglio fragilissimo.
Mentre lentamente esploro un nuovo sentire, che sembra incagliato, o sordo, o un nuovo segno indelebile, che cambia il volto in modo irreparabile e ancora lo osservo con diffidenza, ma so che sarà questa l'immagine nella quale dovrò riconoscermi. Un passaggio. Con l'occhio che, incosciente, vorrebbe ritrovare i tratti noti e accusa la ferita, sorda anch'essa. Un malessere costante e non esplosivo.
Forse, imparare che c'è una soglia di solitudine che resterà inviolata, nella quale non cercare o ospitare sentimento di qualsiasi natura, ma accogliere l'impossibilità come parte integrante della vita.
Mio giardino meraviglioso, non c'è meno amore per te, anzi. E se ho osservato più silenzio, non c'è solo questo nodo del tempo, ma il lasciare a te ogni scelta di modo. Perché so che anche tu sei trafitta di consapevolezza e preparo il posto, necessario e di estrema passione, per il tuo vuoto, per il tuo straripare.
Una sorta di sonno perpetuo, in cui aprire un occhio
giusto per controllare il filo di saliva
che mi bagna la guancia.
parole
scivolano dalla tua pelle sulla sua lingua riarsa
inseguono seguiti, che nessuno nomina. O li descrive in modo imperfetto per nascondere la condanna, sentenza del passo, prima della danza.
siamo iceberg, affrontiamo il tempo con la nostra superficie affiorante, sensibili, su quella zona, al vento e al sole che disegnano i richiami verso i quali poi spingiamo la nostra direzione. Dimenticando l'affondo, la massa che pesca. Fino al nuovo rovesciamento, che scompiglia le rotte. Ed ecco, svettano sulla superficie di sale nuove pulsioni, da cui essere avvinti.
Dimenticando. Di cercare chi siamo.
Ardere. Forse.
Credimi. Non solo non ho verità, ma nemmeno approssimazioni.
Aspetto che i segreti possano svolgersi, come tracce di vita sulla neve.
E' tutto diverso.
Bisognerebbe imparare.
Sul divano, ci sono impronte a compasso, mentre cerco un indirizzo e vorrei. Un tempo.
Segno d'aria, donna di terra.
Copro il viso con le mani.
sotto identità fittizie si cela un unico percorso. E lo stesso bisogno di una via di fuga. Vivere con la corsia di emergenza. Cammino con irregolare stanchezza, il cameriera è la slot machine che mi farà vincere il gelato soffice pesca, mentre canto De André.
Da comunicati intendo la tua navigazione su mari pescosi.
non è uno sfogo, non è un laboratorio, non è liberatorio.
credo che sia per non dimenticare.
o per seppellire.
strano rapporto con l'ad di là immanente.
pensiamo che l'odore dell'assenza muta e proteiforme possa essere coperto da un pistillo accecante.
e improvvisamente, oltre il pensiero si apre il come eri e cosa sei, asportazione per nulla asettica di vene e spasmi.
così, la tomba non è un confine, ma un territorio, un argine, per giustificare la propria inutilità.
trompe l'oeil e vasi torniti nei colori più caldi.
è bello sentire la vita attraversare le tue braccia, esili ed elastiche, fatte non per abbracciare, ma per intrecciare i fili raso dei desideri.
sempre più vicina, la soglia del possibile.
tra prima e dopo e canti e rossori di schermaglie e spunti e tempo che scorre come acqua di torrente e così lo immaginavo e così conosci quel bisogno segreto, che vuole confessarsi, ma più si gratifica, se premiato per apparente immediata e non rischiesta sintonia.
la gola lavora il piacere in sonorità rubino.
mentre le emozioni si muovono con le velocità dell'urgenza
io aspetto
credo che anche la mia vita avrebbe bisogno di un editing
It's up to you.
Do you know it?
I won't play-say anything.
It's up to you.
Innominato fuori posto.
Il fluido della vita è il cambiamento. Abbandonare gli argini, ormai troppo lisci per fornire un appiglio alla cima, ormai troppo irti per offrire speranza a uno scalo.
Me lo ripeto.
La chiglia beccheggia sotto le bianche scogliere di Dover.
inadeguata
ecco la risposta agli inviti
la ragione di tanta refrattarietà
il contrappeso dell'ignavia
a compilare i moduli sono così pigramente inetta che sono scomparsa nell'ultimo censimento
Mi gira la testa.
Mi sento oblunga, non riflessa, ma materia, silicio, di uno specchio deformante.
Tu sei il centro.
Altri nomi ti fanno corona.
Sono molto impressionabile.
L'altra mattina, mentre percorrevo affannata in ritardo la via, beffata da due romani che si sono divertiti a depistarmi. Mentre camminavo con fretta inelegante accanto alle foto che vorrebbero moltiplicare all'infinito la dolce vita e offendono con visi, che sorridono cellulosa e mancanza di coraggio.
Un pulman si ferma, l'auto dietro lo sorpassa.
E' mattina presto.
Tiepida.
La notte ha ceduto il passo ad un giorno che ancora dorme.
Ingressi dei ministeri, portafogli serrati nelle tasche.
Vola.
Un fantoccio.
Impatto quasi insonoro.
Jeans, camicia bianca. Leggermente in sovrappeso.
Per aria.
Un salto sul cofano.
Per terra. Immobile.
Quaranta anni aprono la portiera, un volto metallico, di chi vorrebbe essere altro da sé, fuori da quelle grida.
Ho sentito il mio fiato accartocciarsi in un urlo.
E lacrime.
Ho chiamato.
Ti prego, promettimi che sarai prudente.
Ho tremato.
Ogni volta che provo a dormire, lo vedo. Non riesco. A ribellarmi.
canti
ridi
affabuli
ancora un capo legato alla riva, ma tutte le vele che vengono tese quasi in un risucchio dall'immensità che vedi, annusi, senti, e già stai imprigionando in ampolle magiche, là, oltre il braccio piegato del sole.
quali discorsi ci sono stati?
cosa ti dicono gli orsetti che accompagnano le notti a cristalli liquidi?
a volte
cade dalla tavola che stiamo sgombrando di accumuli
anche l'indirizzo che credevamo prezioso
una stagione
per imparare il futuro
Provo un curiosità frammentaria, una faticosa concentrazione.
Percorro le vie di fuga, grata ai maniglioni antipanico, ma dopo i primi dieci passi mi scorrono accanto pareti di cui non saprei nemmeno dire il colore.
La lettura come terapia è lo scorrere di occhi su pagine, come pietra pomice su residui di pensiero.
Avanzi. Congelati, giustamente, per rimandarne la putrefazione.
Apro le finestre, riflesso condizionato, riflessa sul vetro quasi verde stagnante contro il sole violento.
Il faut apprendre le français, mon jardin, pour conduire la route où tu as toujours rêvé.
Quotidiano itinerario di azioni, mi accorgo che ti penso.
Eterea tra le tese di paglia fiorentina.
Elfo degli aromi.
Tesa come antenna siderale che svela lingue sconosciute.
Pioverà, dicevano.
Sento le campane che fendono l'aria in mono tono.
Ho preso appunti che sfociano in acquitrini di non memoria.
Tra i tuoi fogli trovo quel qualcosa di antico e antecedente ogni tempo. Principio generatore, tra deriva dei continenti e falde di magma fluido.
Papavero.
Che trasforma ogni campo in un dipinto. Omaggia lo sferragliare di rotaie brunite.
Perfetto.
Sanguigno e delicato.
Amarlo con incanto inviolabile.
fammi vedere chi è schiattato e che tempo farà lo scorso week-end.
mi piace questo posto
è ventoso
ci sono pochi arditi che resistono
forse, nego alcune delle regole del gioco
ma io amo te
minimalismo
è il mio letto, il mio lenzuolo
il nostro bagno,
la nostra vetrata
e un mondo da solcare
dicono che a pochi contatti corrisponde morte sicura
replico che è per un solo contatto che ancora sono in vita
uso improprio
trasgressivo
baciami
sul muro ho appeso una spada, era del nonno.
e un quadro di stoffa, cucito da mani africane.
la voce è talmente poco abituata al parlare che ora si arrota sulla gola come una lama troppo a lungo rimasta nel buio di un cassetto.
da bambina volevo sempre sapere come andava a finire, non importa se bene o male, ma esprimevo una necessità di compiutezza. Nel tempo, ho amato i percorsi non conclusi, le storie che non sono altro che emissari e immissari di opportunità infinite, di paralleli corsi, di esangui smarrimenti in terra e nulla. Eppure, manca ora la parola fine.
Vorrei vedere la tua navigazione a vele piene.
Perché hai talento, il tuo morso ha un'impronta indelebile, hai abbondanza e alchimia generatrice, suono di martin pescatore nel petto caldo di un felino, hai dita che, come reti, catturano l'istante al mare della dimenticanza, della rassegnazione.
Vorrei che cancellassi i non.
E che le tue assurde battute fossero arabesechi a decoro di un'intensità concreta, non solo sognata.
Vorrei che tu, tu.
Senza temere il dolore, perchè non si può evitare.
Senza narcotici.
Stupenda.
non posso dimenticare
che nulla si possiede
che perdi ciò che ami nell'istante stesso in cui lo tocchi
che l'addio è cominciato esattamente quando i miei occhi sono precipitati nei tuoi
l'inzio è il seme primo della fine
non posso dimenticare
che non c'è salvezza
che succederà ancora
non posso dimenticare
che ti amo
ed è già tutti compreso
Il biglietto piegato nella borsa
resisti alla tentazione di prepararmi sandwiches
ti vedo, sai, che ti mordi il labbro per non
fare raccomandazioni
è una fisarmonica
foto da mostrarti
dirti di tutto e di tutti
è che ho rabbia addosso
tanta
e mi trattengo
per non vomitartela addosso
perché tu non hai colpa
Chi ammira me
non sa
che sono satellite della tua luce
inconsapevolmente ama
l'origine
Non conosco partenza. Osservo la valigia che mi dice s'il vous plait.
Ti stringo così forte che quasi ti assorbo.
Niente seta, né sogni. Sale sulle ferite chiuse.
Come se cicatrici mortali potessero mai gridare con meno forza il loro agghiacciante soppravvivere.
Bacio i tuoi polsi con lacrime che cadono sulle piastrelle, si infrangono e solleticano le dita dei tuoi piedi.
è solo mare, è solo riviera. E' una pagina che non viene girata.
io dormo sulle Langhe, mi risveglio tra viti ancora vestite di freddo.
Tolgo i vestiti e riempio le tasche di vino e di concorsi per parole vitali, sublimi.
I miei occhi fenderanno la notte per riscaldarsi al rito aspirato di una sigaretta.
se tu non fossi qui, io non vorrei essere.
per questo, traccio il percorso appuntando sul suolo grigio le pagine che guideranno il ritorno.
Prendo la borsa dall' armadio, la getto con un urlo sul letto, a mascherare l' angoscia.
Un pigiama di seta, fazzoletti di carta, il tuo libro.
Ricambi, magliette, penso che allungherai una mano sul cuscino a cercare la mia
nello stesso istante in cui lo farò io.
Mi stringerai la mano, forte, infilando le unghie nel mio palmo.
E per non farmi sentire il male mi dirai che il mare, in tardo inverno, ha un suo frizzante che rivitalizza.
Ti dico mentre ti appoggi allo stipite, con un sorriso stanco.
Mi vedi isterica, sotto pressione, che nascondo con ululati la gioia di un viaggio
un qualunque viaggio.
Sai che tremo all' idea che tu venga rapita da altre parole, da altri sguardi.
Prendo la cartolina delle Langhe e la infilo di soppiatto tra le pagine del tuo libro.
Fingi di non vedermi farlo e vai a preparare il the.
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