dovrei fare qualcosa, ma non so cosa
o quello che la ragione porge come specie di zattera imporrebbe una drastica revisione
e non ho il coraggio
non ho
c'erano periodi che sapevo propizi e altri anno dopo anno segnati dalla tara dello scotto, anche le stagioni esistenziali sono confuse tra glaciazione e deserto
aspetto
come se il vivere al confine di qualcosa che potrebbe arrivare fosse giustificazione sufficiente all'accidia
il senso del limite
le parentesi che prevalgono sullo spazio abbracciato, stritolato, forse vorrei essere parentesi per parole altrui, porgersi concavo, incamero acqua e vivo con un secchiello in mano
i prossimi giorni
come era speciale essere normale
i prossimi giorni
a soddisfare
perché passino
via
Accade di nuovo, questo irrompere improvviso di luce, che divarica le finestre, dilata i polmoni, stringe gli occhi in difesa e reclama - estremista oltranzista - la sua parte, come se non avesse già mangiato il tempo, consumato di acidi l'inverno, espellendolo senza masticare.
I pensieri sono piccole tacche sul muro, incisioni sottilissime, barrette di una numerazione non consequenziale. Per mettere la coscienza a posto o per costringerla a snervante insoddisfazione. Mi chiedi cosa ho provato e non so rispondere: niente. Singhiozzi di affanni che rapidamente tacciono, forse capita anche a te, ma tu non smetti di annusare la terra e cercare una traccia, una sola, che ti faccia oscillare le vibrisse. Guardo. Curioso andare di mani in poesia. Mi chiedi la parola che non ho, solo ascolto, acritico di piccola bestia domestica. Notti di nostalgie, notti troppo brevi per contenerle tutte, così, alla ricerca di un tempo intermedio o intermittente, rovesciando i passi su falsipiano che hanno nascosto l'acqua. Hanno tolto la goccia e la fontana esangue trasmuta in irriverente arida boccaccia, non cambia l'umidità l'intensità della caduta sonora, non mi racconterai cosa hai pensato e come, in quei pensieri, io possa illudermi che, fossi meno gravida di peso incolto, potrei trovare il doloroso piacere morbido di un bacio.
Spesso le persone si sdraiano sotto un melo e poi, pregano accorate "quanto vorrei che cascasse una pera..."
Odio mio padre per avermi tatuato addosso che dell'uomo non ci si può fidare. Odio gli uomini che ho incontrato perché mi hanno confermato che è vero.
Non perdono mia madre per avermi insegnato che l'abnegazione è una dimensione lecita dell'amore. E non perdono me per tutte le volte in cui ho implorato perché non si ribellasse.
Odio questa tavola che è cresciuta come una canzone e si apparecchia e viene imbandita e si gioca coi frutti delle stagioni, perché chiunque sedendosi, possa prendere a piene mani, per quello che gli serve, per quello che ha fame e pure per gola. Lasciando, poi, sedie vuote e umido lavoro di cucina.
Odio come ritorni, con l'arroganza infantile del lungo pianto, che si dimentica delle sue stesse lacrime e compone nuovi giochi. Odio come mi parli di presente e di noi e di quanto ora abbia un posto, ora, ora che nulla sono.
Odio questo inutile esorcismo, questo parlare con le mani sul viso, sipario di confidenze inascoltate. Perché tanto non c'è soluzione, non c'è redenzione.
Bulimica mi avvento sull'autodistruzione e lo so e non mi so sottrarre. Consumare la rabbia, chiusa in macchina, in parcheggi, sotto angoli grigi, nel prato, con la complicità del cane, consumare le mandibole, fino a sentirle dolorare, e voler tornare indietro, per non farlo, e dopo poche ore, cercare nuovo bolo. Questo corpo che mi appartiene ancora meno del tempo.
Anni, sono troppi, anni. La pena non può essere superiore alla colpa.
O forse.
Mi addolora che tu non mi voglia perdonare, che non ci sia riscatto al mio errore. Che tanto cuore resti pulsante in tombino. E non mi importa sentire che bisogna resistere, perché passerà. Finisce, a un creto punto. Finisce per tutti. E qualcosa succede. Mi dicono.
Non voglio che succeda. Vorrei solo riavere indietro la mia vita, quella, non un'altra, non una possibile. Rendimi la mia vita, con tutti i nodi che non ho avuto la pazienza di pettinare e che ho reciso con forbice maldestra e stupida. Ridammi la mia vita, quella banalità essenziale, l'ovvio impasto di farina e lievito, una fame che altro cibo non sazia. Restituiscimi il tempo, che mi hai rubato e hai sfruttato, che hai avvilito e straziato. Rimetti nelle mie mani la costruzione, la fatica e quel lento sedimentare. La possibilità di vivere il possibile. Abbi pietà del mio utero, del grido che non posso comporre, di quello che non posso chiedere.