Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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*loading* ospiti a pranzo
 

Mi alterno ai fiocchi di nevi, cercando di illudermi stagioni. Cammino circospetta sulle vene ghiacciate che non pulsano sul marciapiede, annodate attorno a pali che non fanno alzare lo sguardo. Non capisco la necessità di screditare il Natale. I giorni passano come ingranaggi azionati da motore inerziale, corrispondenti all'incanutirsi dei pensieri, orribilmente esplosi in eczemi. Si avvicenda la danza di chi cerca un punto da cui partire e mi sorprende leggere desideri. Appena passata la pioggia, ritorna in strada lo stranito rumore di asfalto tagliato, rotatorio tentativo di lama. Affiora ancora il nome, portatore di cose, sedimentazioni senza forma. Dietro la porta, una cavalletta marrone fa da vedetta sull'angolo del corrimano, trincerandomi nelle mie fobie. Non voglio aspettare, si consuma una rabbia inutile, contrasto sentimentale, non voglio mentire.

Mi chiedo, a cosa appiccherai il fuoco.

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emma, coltelli
 

vorrei avere parole

capaci

e un cuore bianco
e un coltello negli occhi

vorrei avere un corpo

vomere e cicuta

e labbra lucide della tua disperazione

vorrei

essere il tutto della tua moltitudine

e non avere

paura e possesso

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emma, coltelli
 

Mio meraviglioso giardino, non lasciare che scenda la morsa del gelo, perchè ci sono mille nuovi pollini che aspettano di trovare in te fioritura. Si sente.

Io sono così insufficiente, mio bene prezioso.
Una pendice brulla e sterile dopo un grande fuoco.

Per tutto quello che tu sei, mi metterei a mani nude a raddrizzare la curva. Non presto, non tardi. Ora.
E farti trionfare come dono nel mondo.

Dentro di me piovono pietre, frane continue, falde luciferine.
Porti sul nostro divano il fardello di dolore silenzioso, sottile e penetrante e trovi ad accoglierlo fauci ugoline sollevate su lembi di pelle, che si rigenreano, per essere nuovamente pasto.

Dicono che il problema sia l'amore verso se stessi.
Sagge parole.
Ma l'amore, in ogni sua forma, non è un sentimento che risponde a comando.

Come posso amare ciò che con occhi di drago odio?
Odio.
L'incapacità, che non solo impedisce di essere speciale, ovviamente, ma, con stupido orgoglio, si sottopone sempre a confronti impietosi. La pesantezza del corpo e la banalità delle parole. I miei baci spuntati e segreti senza profumo. Odio. Tutto quello che di me non ti trattiene, non ti fa tornare. Odio quello che di me non è, quasi più di quello che di me senza sapore vedo.  Odio le parole che dico e la paura, che non mi fa incantatrice di sospiri. Odio il mio tempo, sempre in ritardo, sempre in altro luogo.

Mi dici che non mi amo, ma se non mi hai amata tu, tu che stupendo potevi, che senso ha?

Inganno. La vita è puttana che mente.
Ci aggiriamo, lupi contro lupi, illudendo per un istante, dimentichi del potere, della responsabilità, credendo lo spazio finito.
Quello che provo grida nella gabbia del tempo. Tempo di cui non conosco la fine, perché risponde un'eco cava e non importa il dopo e quasi implori che non ci sia. Anche se  piangerò, su quell'ultima soglia, ancora, senza scampo, lo strappo da te.

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emma, coltelli
 

mi stanno scivolando addosso i giorni di nuovo
io so che mi scappano
non riesco a farci nulla
ieri il suo viso era triste
colpi al cuore continui
uno stillicidio portato avanti con meccanica precisione

penso che andrò dritta nella curva
presto e tardi

 

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rael, coltelli
 

Sì, sto bene. La casa? ho ancora le lampadine sospese, mi ricordo, mi ricordo, di fare l'invito a cena, sì con tutti, li ho fatti aspettare ma è solo un problema di organizzazione. E il cambio di residenza. Perché non vai al mare? <spiego che la felicità, fosse anche apparente, mi è insopportabile> avrò il ciclo la settimana prossima e il mare non è adatto. Devi fare sport. Mens sana in corpore sano. Ma una mens insana in corpo grondante salute è ancora più irritante. No, sto bene, va tutto a meraviglia.

Domani, giorno di consanguineità.

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emma, coltelli
 

sul muro ho appeso una spada, era del nonno.
e un quadro di stoffa, cucito da mani africane.

la voce è talmente poco abituata al parlare che ora si arrota sulla gola come una lama troppo a lungo rimasta nel buio di un cassetto.

da bambina volevo sempre sapere come andava a finire, non importa se bene o male, ma esprimevo una necessità di compiutezza. Nel tempo, ho amato i percorsi non conclusi, le storie che non sono altro che emissari e immissari di opportunità infinite, di paralleli corsi, di esangui smarrimenti in terra e nulla. Eppure, manca ora la parola fine.

Vorrei vedere la tua navigazione a vele piene.
Perché hai talento, il tuo morso ha un'impronta indelebile, hai abbondanza e alchimia generatrice, suono di martin pescatore nel petto caldo di un felino, hai dita che, come reti, catturano l'istante al mare della dimenticanza, della rassegnazione.
Vorrei che cancellassi i non.
E che le tue assurde battute fossero arabesechi a decoro di un'intensità concreta, non solo sognata.

Vorrei che tu, tu.

Senza temere il dolore, perchè non si può evitare.
Senza narcotici.

Stupenda. 

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emma, coltelli, biglietti
 

Accade. Succede.
Il tempo perde ogni valore.
Gli occhi bruciano una salsedine mortale.

Vorrei che fosse lacerazione, dilaniare la carne, scorticare, crocifiggere, seviziare e poi ardere, consumare con l'acido, lasciare in pasto ai topi, agonizzare in una putrefazione che odora di dimenticanza.

Invece, è una marea che sale.
Soffocamento lentissimo.
Costante consapevolezza di una fine che non arriva mai, ma dissemina i suoi umori di morte,

E' guardare il proprio corpo e non riconoscerlo.
Volere muovere le gambe e accorgersi che non ci sono più.
Volere afferrare con le dita e prendersi a schiaffi con una mano di plastica, inutile e estranea.

E' pensiero senza ossigeno.
E' arrancare. Trasformare le parole in miasmi.

Assenza.
Assenza.

Assenza.

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emma, coltelli
 

Sistemo i cuscini sul divano
svuoto il limoges cobalto
poggio nel lavandino la tazzina incrostata di zucchero
Tra poco verrò nel letto
affonderò la bocca tra i tuoi capelli sudati
Emma, amore, svegliati, fammi vedere i tuoi occhi
dimmi che uscendo nessuno mi picchierà
Non mi lavo da oltre due giorni
giro la testa ed affondo di scatto i denti nella spalla distrutta
raschiare i barile ed abbruttirsi senza comprensione
Ti vedo smarrita mentre mi rannicchio nell' angolo della cucina
i polsi sulla fronte in una difesa pietosa
Ettore è stato ferito a morte e ti portano il suo cadavere
guardali osservare la carne che imputridisce golosi
abbiamo pubblico pagante che ci morde le dita dei piedi
Il tuo vestito bianco si scuote come le vesti delle ballerine
Lasciami accartocciare
Almeno tu abbi pietà di me Andromaca

mi svegli con la tazza fumante e un bacio che mi lecca le labbra
eri agitata mi dici sorridendo
apro gli occhi disperata di poterlo fare

io voglio morire, Emma, aiutami a farlo

 

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rael, coltelli
 

Ti ho detto di quando con la voce
che camminava sui fili
dissi che no, non sarei partita?
E di quando dissi che no, non sarei andata?
Oppure di quando oh, assolutamente, non lo avrei fatto?
Lasci dondolare una scarpa a cavalcioni del piede incriminato
mentre scorri le fotografie
inciampi anche tu nei sassi dei carugi
e guardi la mia fredda crudeltà
ti so spaventata dall' assoluta mancanza di pensiero
non mi riconosci eppure sai bene che in certi istanti
calo la mannaia sulla mano a tranciare tendini e muscoli e osso
con luccichio raccogli le dita che si rattrappiscono
e le lanci con perfetto stile nel cestino
tre punti, mi dici girandoti e baciandomi gli occhi.
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rael, coltelli
 

Perché non mi tocchi
urlo strisciando sul pavimento verso la cucina
odio l' afonia delle piastrelle, seguo le fughe di cemento bianco
inizi a sorridere per il mio male
ti accucci anche tu offrendomi un cucchiaino di zucchero
è solo mare, è solo riviera
ho paura del non ritorno, del tuo dormire
temo il tuo risveglio e che tu dica che non merita alzarsi
cammino sulle piastrelle e supero carte di merendine e pagine stracciate
e frammenti di silicio argentato
mi si conficca una scheggia vicino alla cicatrice del polso
ti accorgi che ce l'ho fatta io
comprendi che avrei potuto tagliare più a fondo e ora non sarei qui
e mi sorridi e giuri che ti comprerai un cappello bellissimo.
 

 

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rael, coltelli