Giochiamo. Giochiamo che io ero un pirata mulatto e tu un capitano e che i mari erano blu topazio e il vento portava la sabbia?
Giochiamo che il tappeto era una casa e la cucina era lunga e stretta e noi eravamo golosi e c'era il mio amico MIster Banana?
Giochiamo che cavalcavamo nella foresta di benjamin e gardenie e sotto le foglie c'erano gli elfi e con le pietre disegnavamo piccole case per le formiche?
la spiaggia era lunghissima, piatta contro acqua mescolata di piedi e mosconi, anche allora, soprattutto, i pomeriggi odorosi di pinoli e l'ampio terrazzo divaricato di libri e l'oleandro di Turandot, prima di sapere. Il carretto passava e quell'uomo gridava "gelati". Il primo coccobello, quando ancora non si era diversi.
perché ci si mobiita solo per strumentalizzazione?
La amavo. Accarezzavo i suoi seni, lì, dove, leggermente divaricati, la facevano sentire in imbarazzo; accarezzavo in mezzo alle sue cosce una morbidezza che sembrava interminabile; ascoltavo i suoi racconti, il suo dire di noi, quella sua pelle ancora così giovane. Le chiedevo di disegnare sul mio corpo, di insinuarsi in ogni mia insenatura. Era la donna della mia vita.
E, poi, come è finita?
Le ho chiesto come cucinava il cous cous.
Non l'ho più vista.
Arriva l'estate, la stagione già arrivata e quasi spenta, ma in questi giorni si avverte lo scemare del lamentoso imperio dei telefoni, un cicaleccio di saluti, come se fosse un piacere, un piacere che si rinova a Natale, stringere vigorosamente mani e fingere interpretazioni di baci.
Sarà lunga, ma non la posso evitare.
SIlenzio di argilla, spaccato, accoltellato dal tempo, afoso e plumbeo. SIlenzio terroso, che lavoro con le mani impastando saliva, e scricchiola tra i denti. Lavorare il vuoto, cesellare il nulla, come se fosse così preziosa l'assenza endemica tra una parola e l'altra. Parole separate da punti, fiati corti per i quali non esiste strumento. Diaframma, cortina, reclusione.
Non sembra ingiusta l'assenza di generazione futura.
Il grigio ha sospeso, per un attimo, la sua morsa sclerotizzante e si avvicenda una parvenza di cielo, di nuovo pensando con angoscia a quando il clima tingerà nelle sete la voglia di spazio, e impazzirò, rappresento la deposizione della mia nudità. La luce atterra sfibrante sulla pelle acida, sollevo la mano con gesto burroso, semplicemente osservando le cicatrici di vita per nulla pittorica. Giaccio contro una parete scura, talmente fonda da lasciare intendere confine incerto o la resa di fronte ad un possesso che non può essere fermato.
Sento rumori. Il fruscio leggermente abrasivo degli spicchi che si separano, è la mia testa, che arranca, arancia. Ma senza succo. Un dolore sommesso, che a volte accoltella il timpano. Il rumore dell’affondo, del passo iperesteso.
Uncinetto ossessivo, di nodi e di catene. Di segnali di corpo che stuzzicano ansie cattive, strappa da me questa pena. Questo dolore statuario. Questa voglia di afferrarsi le ossa fino a farle schioccare e, irregolare, diventare materia per la Ravensburger in un magazzino da bonificare. E la ritorsione infida della coda, che oppone una rete, un ancestrale rifiuto a dire ora. Perché se fossi brava davvero, davvero brava, sarei più grande dell’assenza e ti porterei oltre il confine. Resta solo l’odio, per l’inettitudine dell’anima, per l’insufficienza del cuore, per questa carne deposito.
Succede che mi sento in assenza di dimensione. Forse è tutto più elementare, forse; credo di essere affetta da dislessia esistenziale. Rinuncia ad ogni possibile compimento, per scivolare come fiume in anse di quieto vivere, di quotidiano sommario, da cui tutti cercano fuga e in cui i più ispirati archiviano illusioni in barattoli di silenzio.
Arriva quel momento che amo e nel quale, lo so, ancora coprirò il mare del tuo egoismo per suicidare il cuore nel desiderio assurdo delle nostre nudità indifese.
Arriva e mi saranno impossibili parole.
Ettore guarderà in comprensiva disapprovazione, carammelando scorze d'arance per la calda cioccolata della prossima sera. Mi dirà: mettila tu, la musica. Traccia... Alla fine siamo cani con i tartufi persi dietro gli umori madidi della vita.
Grazie. A te. Su tutto.
Divertente... Penso che nulla di ciò che faccio abbia questo aggettivo anche solo in tendenza.
Tuttavia, sono mesi che vengo rimproverata di sordità e - diciamo - mi state convincendo. Non è questione di preferenze, sto lasciandomi molle alla corrente. E spesso, l'unica cosa che voglio e appoggiare la testa sul cuscino e dimenticare che esiste anche chi mi vuole bene.
Gli anelli che indosso, sono i miei. Sono anelli senza appartenenza, senza richiami, se non l'abitudinea vederli riposare distratti sulle mani, mani che non contengono storia e si decorano per nascondere la loro pochezza.
Credo che non ripaghi, ma questa è l'unica casa in cui riesca a fermarmi.
Dici che abbiamo smesso di parlarci? Non voglio essere tagliente, ho quasi paura di dire o di compulsarti o di portarti visioni superficiali. In questo momento, credo che possa valere tutto e il suo contrario, ma quando ami Ettore non riesci a non correre con il pensiero verso un possibile meglio.
No, non mi hai raccontato; io non ho domandato. Non sono Andromaca, se trascuro Ettore.
Sono in imbarazzo, mi sento fuori luogo in ogni luogo.
Il tempo dell'attesa è un fluido mortale. Ed è sempre il minuto in cui si è deciso, forzando l'indolenza del cuore, che si aveva la forza (voglia?) di dire basta.
Non serve - vero? - chiedere perdono, quando tutto in me ti sta ferendo. Non ho mai creduto sedata la tua battaglia, la tua guerra.
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