non diedi nemmeno i 30 giorni di preavviso, avevo fretta, fretta di afferare la mia decisione prima che si ammantasse di paura e fosse sostituita da una buona scusa per rimandare. arrivai in questa città la sera stessa in cui chiusi la casa di quello che sarebbe stato prima; la mattina successiva, sotto una pioggia torrenziale, fui disorientata dal vespare inconsulto di una città paralizzata da uno sciopero dei trasporti non previsto. il primo. da allora, se ne presenta uno al mese, almeno. ero senza il cane, avevo una valigia calcolata su una settimana e il tipico nodo allo stomaco che accompagna ogni mia trasformazione, la sensazione di essere sbilanciata su un baratro e non sapere se sopravviverò.
avevo molta confusione in testa, molte speranze, un serbatoio di illusioni, un tumulto interiore tra ciò che possedevo e il delirio incantatore di un tutto diverso solo per me.
allontanarti dal tuo mondo, seppure di pochi chilometri, ti lascia improvvisamente sguarnito. è come se improvvisamente i tuoi limiti, le tue debolezze, le mille odiose devastanti insufficienze, ti fossero sbattute in faccia con violenza. il nostro mondo, che tanto odiamo, a volte, in qualche modo non dico che ci giustifica, ma ci permette di compensare, ci permette persino di non vedere, tutto sembra meno grave, seppur colpevole. lontano, non c'è rete alla caduta, non c'è un punto, un angolo di territorio che ti riconosca un valore comunque, no. ci sei tu e la merda che ti porti dentro.
era il 1 dicembre, pioveva. sembrava di essere in un delirio di cemento e ombrelli, la gente arrabbiata, furiosa, in ritardo, un ingorgo disordinato di frette diverse. questa città per me avrà sempre l'odore di quella mattina, un odore che non ti resta addosso, qui, come gli sguardi, prima ci si evita, poi si finge di non essersi notati.
un tunnel, nel quale sono entrata con le scarpe bagnate di pioggia
non ho più passato un giorno senza piangere e oggi mi trasferirei in Islanda, in una terra fredda con inverni lunghi e giornate corte, una terra in cui puoi stare chiuso, rinchiuso, recluso, per ripararti e nessuno dice niente, nessuno lancia appelli assurdi. ho resistito, ho aspettato (credo davvero di avere maturato una capacità all'attesa fuori del comune), ho ricacciato le lacrime, ho compreso e accolto e smussato gli angoli, ho tenuto vivo il movimento nel silenzio crescente, nei mattini senza buongiorno, nelle sere senza buonanotte, ho creduto, ho creduto con tutta l'anima, ho lottato, ho puntato tutto quello che avevo, non su altro, su di me.
commistione di dolore, stupore e senso di schifo. Lo schifo ti schiaccia al suolo, il dolore ti dilata le interiora allo spasmo e lo stupore è il sentirsi tirare in direzioni opposte e cominciare a respirare corto e in fretta in fretta, un affanno rivoltante. e non smette.
non mi interessa sapere che finirà, non mi interessa, vorrei che ci fosse meno luce, meno rumore, sopravvivo grazie al senso di colpa, perché mi sento in colpa più per gli altri che per me, non credo più a niente e il dolore atroce degli altri non mi solleva per nulla, mi rende più abietta, perché sono un'ingrata.
banale, stupida, inutile
e mi dici che sono speciale, poi te ne vai
gli amici di una vita che non sono più, una vita così lontana che non mi ritrovo più
i ricordi sono liquidi di contrasto di una radiografia mortale
ho fallito
Mi rimane.
Mi rimane la tua mano tra i capelli, la voce che sembra cercare un cantuccio di piccola risonanza, lo sguardo spiovente di una timidezza ancora profumata di latte. Mi rimane il tuo corpo minuto e un sorriso senza argine. Mi rimane il silenzio e il dire "sappiamo". Mi rimane la stanza male illuminata e le ginocchia puntute di una barriera che conscevi da anni. Mi rimane chiedermi cosa avrei fatto, oltre il respiro.
Ma è nulla questo, rispetto al ritorno in questo spazio e la sorpresa amareggiante di appuntamenti mancati, di quando hai chiesto e io non avevo il cuore sulla porta.
Davvero non migliore di altri, mi sento. E solo una diversità in peggio.
Se mai capirai che non ho tradito, la stanca argilla di una corazza incolore non merita minor punizione.
Non ti chiedo perdono, se non per intendere la mia mortificazione.
Mi rimani.
Oltre il respiro.
è tutto annodato
faccio squillare il telefono, ma solo per ergere una barriera di silenzio che tutto annienta, la capacità di dare una forma ai pensieri che si scagliano gli uni contro gli altri, una lotta a squadre, orde, sciami.
Mi guardavi col volto deturpato di pianto.
E non c'è stata soddisfazione. Una lontana sensazione di liberazione, ma su braccia ormai pesanti di polvere. E un dito puntato sul petto. Pronto a sparare.
E' accaduto, di nuovo. Tempo che inganna, che affonda denti assassini nelle ultime cellule vive, che gioca crudele con il mio essere sempre sulla casella sbagliata. Oca che insegue un bandolo negato.
E' accaduto. Quando senti il tuo essere che cerca di squarciare la pelle come un mutante degenerato. Ecco. Allora, è meno doloroso cercare la ruota sotto la quale annullare finalmente ogni spasmo.
Non c'è sedativo. Il cuore rimbomba sotto lo strato cutaneo, che quasi pulsa come collo di lucertola.
Nessuno spartiacque. Anzi. Solo un incontro mancato.
Lo sapevo.
Adesso ti cambio la grafica e ti faccio venire un infarto.
cazzo, ma non potevo terminare la scheda del cellulare in un altro momento?
Nell' accezione logica e civile delle cose
un discorso razionale pretende risposte razionali mentre
una illogica consequenzialità di parole
richiede solo o sorrisi scintillanti oppure un netto rifiuto come quando passi vicino
ad un bidone della spazzatura troppo pieno.
Vorrei vedere il suo viso
vedere che espressione ha
potergli fissare gli occhi
e tirar fuori intanto
la bustina di semi di basilico
urlandogli se sa quanto tempo e quanta fatica richiedano le piantine a crescere
e sentenziare lapidaria:
mi pari il tipo che si merita di comprare i vasetti di pesto pronto all' esselunga.
Vieni qui, piccola mia.
La fune c'è, ma per lasciarlo penzolare,
cibo solo più per corvi che son stati scacciati dal nido.
Sole, sole, sole
andiamo al mare
lasciami saltellare sulla seggiola
del bar
non ci hanno ancora portato le ordinazioni
non rovescio nulla, giuro
Guarda quella coppia
secondo me fanno sesso anale
quei due invece non si danno il bacio della buonanotte da almeno quindici anni
quella ragazzina sta pensando al compito in classe di domani
il nostro cameriere invece
sta preparando una poesia
sulle problematiche delle tartarughe terrestri
da mettere nel suo blog.
Rido, mi dici cose nell' orecchio
la bocca schermata da una mano aperta
fa molto casalinga americana
tutti questi pettegolezzi
guarda come si è conciata quella
sii crudele, dài
lo sarò anche io
lasciandoti il conto degli aperitivi da pagare.
L' americano chiede il liquido ambrato
dal costo del mio stipendio
La mattinata si è srotolata
lungo binari di pigrizia precostruita
L' imbecillità è prerogativa
di compra suonerie dei cellulari a due euro più connessione.
Dell'amore chiamiamo stanca la fase dell'impegno.
Quando l'entusiasmo ha lasciato il posto all'abitudine; quando la nostra scatola di matite ha le punte consumate e bisogna temperare per scoprire di nuovo la mina.
E invece, nel mio amare te, desidero l'abitudine, la sedimentazione della presenza, la ritualità esclusiva di gesti che resteranno immutati nel tempo.
Credo che sia allora, in quel momento in cui il nostro sguardo appare sbiadito, che il nostro fonderci, come colata di anime nello stampo della vita, possa raggiungere il vero spelndore.
Abbandonando le paure.
Ospitando nei giorni la fatica. Senza rassegnazione.
Perché amo te? Ti guardo e sento, consapevolezza cellulare e di pensiero, che per te sono pronta a fare fatica, a lottare, a spronare le pigrizie degli anni, a consumare la noia, a riconoscerti anche nei giorni in cui mi sembrerai un alieno. Perché con te, quando parlo di fatica, non è che non senta dolore, ma non conosco la resa.
Lo scrivo su questi fogli senza patria.
Di corsa, all'improvviso, per non dimenticare.
Recito questo mantra che non ti farà tornare.
Ho preparato una casa, colma di te.
Compio le quotidiane azioni, perché il sole scardina ogni mattino la serratura del sonno umido e pesante e occupa le ore.
La fatica.
Di nutrire noi, senza di te.
Avevo provato a raccontarla.
Credi alla scaramanzia?
Assente.
Presente storico.
Temporaneità senza soluzione.
Assenza.
Sono.
Mi sposto furtiva dal computer
alla borsa
prendo il portafogli con espressione assassina
stai leggendo
tranquilla sul divano
fingi di non notare i miei movimenti degni
di Austin Powers
Rimetto la carta di credito
nella sua fodera
pulisco cachecookiescartelle
pure la scrivania
cosa hai comprato?
mi chiedi senza neanche alzare gli occhi
dalla tua biografia di Lombroso
come faccio a dirti
con il menestrello che vola tra di noi
chitarre di lotte e libertà
nasi adunchi e zampe di elefante
che ho scaricato la suoneria polifonica di sledgehammer?
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