Non si sente il suono delle campane. Misuro gli anni luce in lontananze, stella che brilla in morte.
C' è un'aria confortevole, senza inviti, senza sbalzi. Non mi so ribellare, indosso strati e strati di tessuti diversi, un sipario inviolabile di inespresse amarezze. Poi, ti ascolto, non ricercando il giusto, ascolto l'arrovellarsi di scelte scontate. Perché il comodo - pensa un po'- fa comodo. Quando si dice che le parole non si compongono a caso.
Non ho dormito, ma poi sì. E preferisco una cadenza non elettrica.
Carne viva sotto pioggia di sale.
Sono settimane strane. Passate sotto la doccia per lavare incontri, sguardi; passate sul tappeto, fuggendo dal letto, ad arrestare il ricordo, soffocato dal tempo; passato a decidere cambiamenti, che pietrificano il sangue; non sarai più sola. E sono. In abissi di nostalgia, cercando risposte che non arrivano. Sono nelle parole nate morte, nell'impossibilità di essere raggiunta, incapace di rabbia, assaggio il mondo per sputarlo con disgusto. Mentre basta una proposta per ripiombare l'ansia. Serramenti induriti dalla nebbia.
Penso. Ti penso. Abbasso gli occhi sul libro per illudermi di dimenticanza e il vetro rimanda, con rabbia dispettosa, il mio riflesso.
Non trasmissioni virali, solo una sera fuori. E l'ennessimo addio. A chi non sono.
Cigolano i cardini, arruginiti dal sudore delle sere estive, qui sul lago, dopo notti con le mani strette a nodo sulle lenzuola, grinzose come pelle di rettile, strpicciate come pietra di talco. Lenzuola spaiate.
Ti ho sentita mille volte occupare l'ombra, quasi a chiedere se mi stessi cristallizzando in una irrequietezza che mina ogni possibilità di azione.
Sento, non sento più i piedi, sono punte di frecce, che, quando cammino, trafiggono la madre terra, incastrano il passo, costringono le ginocchia a iperestensioni oscillatorie.
Non esco, alla fine. Per non costingerti ogni sera a venirmi a estirpare alla strada come fossi erba cattiva.
Sono un'onda, mi gonfio e ricado in me stessa, nuova spinta al successivo precipizio.
Credevo che sarebbe stata utile la talassoterapia, salsedine e vento dritti sulla pelle, e ho pianto. Ma le lacrime cadendo non hanno levigato i passi, i sassi.
Se sto male? Non posso rispondere. L'aggettivo è l'apice transeunte di una condizione che, quando si tramuta stato, smette di sostenere qualità, quali che siano.
Esisto solo nell'occhio che mi guarda. Per questo, quando sposti lo sguardo, mi annebbio, fluttuo, perdo la consistenza labile di una decalcomania.
Esisto, da sempre, solo come relazione, dipendenza necessaria da un respiro esterno al mio petto.
Oggi, mi sconcerta e mi sfianca la rappresentazione di una maschera che accentua la mia impreparazione.
Colano.
Gli occhi.
Grondano.
Le attese.
La forza di gravità costringe il corpo, chiude le viscere calde di impossibilità dentro la guaina epidermica.
Ancora.
Lascio la porta aperta, perché tu possa tornare in qualsiasi ora.
E al mattino.
Il tempo ti porta sempre più lontano.
Infliggendo, al sentimento che osa, il fardello inquieto delle paure.
E' questo, Penelope, il disegno del tuo filare?
Non ci sono Proci, Non c'è contesa.
Si perde il conto, non contano i numeri.
Non è da quello che emergerà il segno delle stagioni.
Ulisse deve arare un ventre carsico.
Amerò i tuoi viaggi e il corrosivo sale. Li amerò di un amore nuovo, perché già li ho amati ogni giorno.
Amerò i doni che hai confezionato per altre labbra e la certezza che questo letto accoglierà, di te, ogni partenza.
Si china e bacia.
Quella pelle punta.
Con il viso incolto, affonda nelle morbidezze della signoria che ha una sola corona.
A lungo. A lungo.
L'amore perso accanto all'amore faro.
sul ciglio del letto, ti vedo
lo sguardo che pesca nell'orrido
hai bisogno di vivere
semplicemente
a parenti, amici, vicini di casa o incontri casuali sul treno
ho detto che tu sei la bellezza
che ti consumi e bruci i tuoi petali, più leggeri delle ali di Icaro
e sbocci di notte
e cadi spossata
ho detto che sei mia, in me
sei una stele sotto una tempesta di sabbia
sei una nuovola di sardine argentate nell'acqua di pura salsedine
e se oggi il tuo cielo resta immobile e muto,
accarezzerò i tuoi capelli, i tuoi occhi che sbarrano nell'insonnia l'incubo dell'inevitabile alba
nutrirò con piccole gocce sulla punta delle dita
la fuga accidiosa
dandoti vita
semplicemente
il sorriso è una ferita sempre aperta
che esplode sangue bianco latte
ai piedi, la matassa porosa dei capelli tagliati
posso avere un'identità di contrabbando?
Mi guardo nella vetrina.
Mi accade di cercarmi nei riflessi.
Mi accorgo che vivo senza un'immagine di me, che forse riesco a relazionarmi con il mondo, proprio perché mi rivolgo a chi incontro come se fossi senza volto, come se non fossi carne, scheletro e naso. E allora, riesco a sorridere, a parlare, quasi estranea all'involucro.
Che ecco, campeggia tra il manifesto dell'ultima borsa e il cappellino a tinte estive, Nè dentro, né fuori, prigionero del vetro, che lo sbeffeggia.
Latitanza, dicono sia latitanza
associo il termine al latte
latitanza bianca, gessosa
ho trascorso questi giorni in apnea
Apro il primo cassetto del tuo trumeau
affondo le mani nella tua biancheria
e trovo la nostra prima foto
sepolta da collants imbustati
sorrido prendendola
e la infilo nel libro che sto leggendo.
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