Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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*loading* ospiti a pranzo
 

primo giorno di assoluta, inequivocabile, roulettistica rottura di palle

mi manca la febbre,
questo bisogno, che ora cerco di ricreare a freddo
di sentirmi nuda sotto la tua lingua

sorrido artificiale, dispensando artefatti
a chi mi crede

o fugge

la felicità è sempre 3 cm più in là
non davanti, beffarda
non dietro, incantatrice di desideri

di fianco

abbastanza vicina da poter essere sempre visibile
da riempirti la bocca di "quanto potresti"
ma inarrivabile

sostanzialmente inutile
questo l'allenamento, la nuova educazione

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emma, ritorno
 

Lo sciroppo d'acero. Viene estratto direttamente dalla pianta, dal tronco, piccole incisioni da cui stilla un liquido bianco che, messo a bollire per un tempo di infinite preghiere, si caramella. Gli indiani lo usavano come ricostituente nel passaggio dall'inverno alla primavera.

Può essere di colore leggermente brunito, liquido e liscio, per annegare ciambelle dorate di mattino. O per cucinare carne di bisonte. O per riempire bottiglie di verto trasparente dalla classica forma a foglia. O può essere di colore più chiaro, quasi marmellata, che cade generosa su una bella fetta di torta margerita.

Ho preso pioggia a Montreal, di cui mi rimane un ricordo umido, come di una città che mi è sfuggita.

Ho piegato il collo allo svettare dei grattacieli – per la prima volta, per me – di Toronto, città d’affari, il cui vetro rimane comunque freddo, anche se gli scoiattoli punteggiano i parchi. Sono salita sulla lunga torre e sì, quello mi è piaciuto, stare lassù, con tutta la paura che mi viene in altitudine. Ma c’era un gruppo di ragazzi asiatici molto comunicativi.

Ho sorvolato in elicottero il marrone torcersi del fiume che dà vita alle cascate di Niagara, provando grande delusione, fino a quando non mi sono ritrovata in barca proprio ai piedi del precipizio d’acqua e lì, dimenticando la squallida cornice, ho perso un orecchino sotto l’impeto di acqua e fragore o, più propriamente, per un mio gesto inconsulto.

Ho conosciuto una buffa famiglia: lei era infermiera, lui costruiva case, hanno cambiato vita per allevare bisonti e nella campagna piattissima, hanno messo al mondo tre figli. Ci hanno ospitati per un paio di giorni, portandoci sui carri del fieno a guardare negli occhi quei mammiferi tozzi, scostanti, se non addirittura irosi. Sylvie, per analogia, ovviamente, mi ha adottata, consumandomi le orecchie di racconti.

Siamo arrivati a Ottawa, città non bella, ma accogliente, dove ho respirato l’orgoglio canadese e ho fatto da traduttrice per un gruppo di turisti italiani in visita al parlamento.

Siamo stati a visitare la riserva indiana degli Uroni e lì ho fatto domande ad una guida inetta, un giovane urone incapace di domande, assolutamente scarno di risposte. E sono stata presa in giro (ci sarà una ragione ancora imperscrutabile per cui finisco sempre per circondarmi di persone tanto, tanto diverse da me. Sto elaborando un pensiero a questo proposito, ma non è questo il contesto)  perché chiedo e perché ci resto male.

Abbiamo viaggiato sull’autostrada che è una lingua asfaltata allungata sull’erba.

Siamo stati a fare i privilegiati in un bell’albergo in una stazione sciistica assai mal tenuta e lì ho incontrato un anziano pakistano, che offriva massaggi alla clientela e che, incanalando i nervi nelle spalle e suonando i tendini del piede, mi ha letta come fossi un libro, parlando un francese sussurrato e imperfetto, da nonno delle spezie, mi ha raccontato le mie paure, i miei nodi, lasciandomi bambina in lacrime, esperienza inattesa.

Arrivati a Quebec city, avrei voluto sapere disegnare o cantare all’angolo della strada, per mescolarmi a quei colori europei, per raccontare del procione che ha la sua tana sotto la funicolare e dire che colore ha il tramonto.

La gente in Canada sorride, saluta, mescolando inglese e francese, affoga le frittelle dentro il succo d’acero, riempie i bicchieri di acqua con i cubetti di ghiaccio che creano perenne condensa, ha confezionato in binomio locale chiuso – aria condizionata, rigorosamente, così, a qualunque ora del giorno e qualsiasi situazione meteorologica si presenti, dietro ogni porta hai la certezza di trovare clima a massimo 10°. La televisione propone una programmazione farcita fitta di brutta pubblicità. Pur essendo un paese nel complesso con un buon livello di vita, lo stile, di vita, è più modesto che qui da noi, meno appariscente, meno ansioso, meno esasperato.

Le balene sono state una sorpresa. Sei in mezzo al mare e fa anche freddino, la giornata non è spettacolare, vedi sul pelo dell’acqua lo sbuffo, se la barca è lontana, parte all’avvicinamento, poi, la coreografia del movimento concede allo sguardo la pinna dorsale e una curva di corpo grigio blu. Sai che quel silenzio è un gigante. Scompare.Il mare è un forziere su cui il tuo occhio salta in mille direzioni, per cogliere il prossimo richiamo.

Il Canada è un gigante, la foresta boreale non è un bosco, è un intreccio denso di foglie, sono alberi che arrivano quasi a cadere nei laghi. Anche se credo che, da questo punto di vista, il Canada da non perdere sia quello cui la parentesi concessa di tempo ci ha costretti a rinunciare. La terra in cui i laghi sono i padroni e i ghiacci consumano la pelle degli Inuit.

Però, se vieni abbordata da un giovanottone del posto, che si diletta a pilotare idrovolanti, anche nell’est puoi avere e fare avere ai tuoi amici a costo zero visioni aeree che ti fanno dire “ecco il Canada, lo riconosco”.

Infine, il bagno nel lago, nell’acqua pulitissima e scura, che sembra quasi risucchiare, avvolgere, coprire, nascondere. Pescare le trote (non io, che ho fatto cappotto) e nuotare in mezzo alle anatre selvatiche che ti affiancano quasi incuriosite. O incontrare la volpe, piccola e fulva, che si fa seguire fino a farsi spiare a consumare il pasto al riparo di un cespuglio.

E in tutto questo, sentire che non c'è ritorno. E che forse c'è altrove.

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emma, ritorno
 

Testuggine assoluta.
Potrei accoppiarmi con George, forse. O forse no. Così cocciuti e rugosi e preesistenti ad ogni emozione da non provare più curiosità.

Non stare rannicchiata, vieni qui. Confondiamo le nostre punteggiature, frasi senza pause o buffe sporgenze nel nulla.
Vieni qui. Insegnami la vita, mentre ancora stai imparando.

Avrei potuto dirti io che il pesto ha appesantito lo sviluppo e Marco Polo ha aperto la via nella quale il fiume concluderà la sua secca corsa.
Non cercare la fuga assoluta.
La rivoluzione sfocia nell'ansia di un'azione drastica improvvisa, ma porta a maturazione in suoi frutti in un processo di costante e quotidiano e faticoso assestamento.
Le decisioni, anche le più dure, si scontrano con la realtà, che spesso parla una lingua a sé. Nel pensare a cosa fare, valuta anche dove sai di potere trovare appoggio.

Non ti scontare mai.
Non ti darò mai per scontata.
Pagherò prezzo pieno e sarò consapevole, sempre, di non avere comunque pagato abbastanza per meritare.

Sono sveglia.
Vorrei dire purtroppo, ma ho scelto di amare il tuo passo e non posso ora concedere alla mia carne l'ultima deriva prima di essere gonfiata di acqua e idrogeno.
Apro le braccia al nuovo giorno e, vecchia babbiona, te lo porto.

Inizierò un viaggio intorno al mondo, incontrando mercanti, esperti e guide oscure, per ritrovare i tuoi pezzi e sottrarli a collezionisti indegni.

Parla, ascolta.
Il passaggio più difficile, quello in cui i confini smarginano, le sovrapposizioni modificano i contorni di ogni figura.
Non rinunciare a capire, a dire cosa vuoi. E, infine, ad agire.

Credo. Che sia quello. Vivere.
Credo.

Non perdere attenzione pensando a pacchetti.
E' stata una giornata di gallerie sotterranee.
Ad ogni scadenza, viziata da un'educazione alla colpa, l'inevitabile bilancio. E la conseguente condanna.
La lingua che passa insistente là dove c'è solo amputazione.

Non compro dischi. Non più.
L'ultimo. Gliel'ho regalato.

Sono stordita di chilometri.
Sono slabbrata.

Ma ti amo.

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emma, ritorno
 

è vero
guardare il salto che separa il piede dalla riva e quest'ultima dall'altra sponda
senza talento funambolico
semplicemente perché sembra più semplice tendere un braccio, la mano nel vuoto fino a sfiorare appena le punte di altre cinque dita

fa freddo

è bello tornare
è bello avere voglia di tornare

avremo un sacchetto di pop corn e scarabocchieremo figure non figure sui fogli pazientemente raccolti in cartelline

sarà l'inizio, un inizio
una porta tra stanze con pavimento a dislivello

sogno
attività onirica frenetica
di notte, mi sveglio, mi giro per raccontare, ma rispetto il tuo sonno e, mangia anima, dimentico

hai ancora tutto il tempo
per dare nome al futuro

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emma, ritorno
 

Faccia nell'erba. Nascosta appena ai gas di scarico.
Penso che sono figlia del cemento.

Azalee decorative appena passato il cancello.

Ma questo gracidare è nostalgia languida.
Annuncia una stagione, senza previsioni.

Sul pane croccante di forno, dardeggia l'impasto di frutto e terra, sapido e compagno, mai da solo,
Amo.

Il tuo sguardo che apre vie nuove nella cortina ritmica del silenzio.

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emma, ritorno
 

Regine e giullari e cortigiani:
Emma, amore, preferisci Enrico VIII oppure quello che abdicò per la segaligna americana?

Io preferisco la Red Bull e mi ribalto nelle risate
esistono varie forme di ammirazione
noi veniamo venerate sul carroponte di un' officina
coi calendari fermi ad Agosto
una quarta del genere non può avere l' affronto
dei glutei degli altri mesi.

Esisteva la possibilità che ci fosse il disprezzo
di chi ha spostato pedine e ha buttato la Regina
perché per suo capriccio voleva il Re tutto per se
questo utilizzo getta un' ombra e mi fa tentare piccoli dispetti

Mi guardi assonata da sopra la tazza di the
mentre tenti di farmi mangiare qualcosa
che non sia lo zucchero cristallizato nella tazzina

Voglio andare in Francia, Emma, voglio andare via
voglio che ci trasferiamo
e che tornare sia vacanza e non realtà
non sopporto più questa ubiquità
non sopporto più questo clangore
forse il barile sta iniziando ad essere raschiato
pensa, di nuovo cominciare
pensa, di nuovo vivere
non ricordarmi che il ciclo si compierà di nuovo
non farmi considerare che fra anni sarà di nuovo così

 

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rael, ritorno
 

Rientro in casa, silenziosa.
Socchiudo la porta, piano.
Scivolo a terra, lenta.
Inizio a sciogliere i legacci degli anfibi.

Non li tolgo.
La suola gioca con le stringhe che dondolano.

Ho due regali, per te.

La nostra casa nell' alba che si infiamma di mille voci diverse.

Un coltello di ceramica, prezioso.

 

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rael, ritorno
 

Mi dispiace.

Camminiamo sotto la pioggia insistente, due cappellini sul marciapiede.

Mi dispiace, mentre sposto il peso fino a sfiorarti la manica.
Di averti chiesto, senza prima avere interpellato il tuo desiderio.

Sento il suono della tua voce, delicata come Beato Angelico.

L'amore è l'esercizio languido della crudeltà.

Non essere cibo per avvoltoi di cristallo.
Ti sfilo la giacca madida, stasera solo film e schifezze ammazzastomaco.

Sul treno, infilerai la mano nella borsa. Una pietra grigia e verde, rotondamente vellutata.
Ricordi quando l'abbiamo rubata all'abbraccio del Tanaro?

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emma, ritorno
 

sto per infilare le chiavi nella toppa e penso
il vino...

apro la porta

il trionfo della tua caccia

non mi vedi ma sai

che sorrido

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emma, ritorno
 

i rami sono bianchi
non disegnati, come quando carichi di neve
ma quasi confusi in una ricca chioma

l'erba si carica di un verde che parla di vita sotterranea

lo spolverino si allarga sui fianchi
taglio alcuni rami
piccoli colpi netti

forse pioverà
forse no
non ho mai ascoltato le previsioni

sarai sul divano

ti bacerò coi fiori candidi
passito di pantelleria
nel formicolio della città che ignora

fino a ubriacarci
seduta ai tuoi piedi
bevo quello che tu vedi

lo sapevo che non sarebbe stato tutto in ordine o ti avrei perduta, nell'immacolta perfezione
graffio la pila da stirare con la voce intima di billy holiday
e non vorrei essere

altro che qui

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emma, ritorno