Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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scaffali ciliegia cassetti albic
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suppersready
trichecò
vacanza
wishes
working

*loading* ospiti a pranzo
 

sul tavolo, riversi, i se e i non, le minuscole invariate e la punteggiatura che non segna un fiato, ma pareti erette tra le parole; non ci sei nemmeno più tu, nemmeno, e se tu non ci sei, impacchetto i pensieri con carta per pane, parallelepipedi e palline, scarti riposti in buon ordine nella raccolta differenziata, carta carta plastica plastica vetro vetro vetro vetro.

Ravvivo i cuscini, distendo le pieghe del tessuto, incerta se far sembrare il posto in attesa o illudere di una presenza senza nome. sento - sempre più forte - di essere a un bivio, passaggio a livello della pigrizia, della paura pigra.

non leggi, non leggi
sono riuscita a mandare via tutti
curioso
come si abbia successo nelle cose più amare

 

E' vero che col passare degli anni ci si trova a bussare, bene accolti, alla porta del cinismo? Che improvvisamente ti ritrovi a sabbiare ogni manifestazione dell'animo, scorticarla, fino a ridurla ad  uno stuzzicadenti senza olive?

Dicono che l'arretrare negli archivi dell'anagrafe, dai cassetti più recenti a quelli più impolverati, porti con sé questo smagamento. Ma non accade a tutti.
Invidio chi ancora sgrana occhi incantati e corre leggero dietro a farfalle: le uniche farfalle che vedo e che sento a me fanno chiedere cosa abbia lasciato andare a male. Invidio chi gioca incantesimi e riesce, davvero maestro, a portare la possibilità dell'illusione in questo contemporaneo respiro. E ricordo quanto era bello, mentre osservo senza inquisizione il mio petto in cui nulla si muove.

La ricerca del senso ha ossessionato la mia comprensione. La ricerca di un’onestà intellettuale che vuole andare oltre la parola come comunicazione e ogni giorno si ripiega su stessa, putrefatta nelle viscere dal compromesso non so perché universalmente condiviso, forse, necessario, del quotidiano impegno nel lavoro. Totalmente senza nobiltà.

E oggi mi sento in un brullo terreno centrale, incapace di spiccare un volo anche solo da oca campestre, ma avviluppata nell’impossibilità del vero. Forse perché noi per primi segnati da un ineluttabile finale, non sappiamo provare altro che sentimenti caduchi, narrazioni eterne con inchiostro che sbiadisce, beffati dal libero arbitrio, che ci rende imperfettamente in-felici.

Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago/ a me sì cara vieni, o sera…
Non fosse che l’imperscrutabile vertigine oltre l’esalazione dell’ultimo respiro mi terrifica come il tutto impossibile, mi trovo attaccata a un inaccettabile vivere, smarrita nell’incapacità, mitile stolto e presuntuoso di esistere comunque, ascoltando il pulsare di un muscolo.
 

E' come scendere in una cantina, con quell'odore di muri, quell'aria pregna, gli occhi quasi inutili,  un filo di Arianna nell'addome, che si sgomitola scivolando male tra le dita sudate. Rito ripetuto. Un controllo, continuo, maniacale, accorato. Per tenere lontana la polvere. Non c'è l'eco, persino il fiato satura l'ambiente, le labbra si muovono ma non cambia. Non cambia, la sensazione di voce tanto solitaria da sembrare un salame appeso, una stagionatura infinita. Ma il salame non lo si stacca, non lo si affetta profumato, se non ci sono due bicchieri di vino e mani sorelle, amanti trasversali, che si contendono le fette di pane. Ogni discesa è sempre più umida, una pena che non si sana in espressione. Inespressione.
 

Sopra un cesto di rose scarlatte offri al rospo tè caldo col latte.
Salta la corda e la settimana, sciogli i capelli sotto l'altana.

Mi manca l'odore. L'odore prevalente, quello che sembra quasi annidarsi nelle vibrisse, per insinuarsi dritto, una colonna precisa, un colpo al bersaglio nel centro del cervello. Filo di palloncino che solletica le dita, piccolo pugno che tiene sospeso un ricordo eolico.

Asso.Luto.
Odio il cinismo che cade come sale sul mio pasto, legionario dell'ultima difesa. Odio la mia inettitudine e mi stupisce questo mimetismo perfetto, che striscia contro i muri e passa come pasta di pane sulle strette di mano, lasciandole immemori. Per questo amo te, così febbricitante e sublime nella dedizione, capace di brutalità aspra, di impietosa nudità e di folgorante bellezza. Tu che mescoli la grazia con i miasmi e mi rendi indispensabili i tuoi occhi.

Il frigo ha sferrato un nuovo attacco terroristico, ma ci vuole così poco a riportare il disordine, sentire la gola che si apre con la deglutizione a imbuto del pitone e il conseguente vittimismo del coccodrillo, a ben guardare mi stanno crescendo le squame. Crema alle proteine della seta, proteine...mah...
Senza odore.

 

 

Sono le otto e dieci del mattino e il pigiama corre verso la doccia, verso il cibo per i nostri bambini. Il pigiama.
Il corpo dentro invece sta fermo con la sigaretta in mano.

-Non è tardi?

-Sì.

Allungo un dito per indicarti la mensola dei libri intoccabili, imprestabili. Curva verso il mezzo, forma una pancia morbida, rassicurante.
Tu guardi e proponi l'Ikea, questo sabato.

-E i cani? Ci faranno entrare con i cani, Emma?

-Credo di no.

-Allora sabato non ci andiamo.

La pancia si rompe all'improvviso, i libri si liberano delle costrizioni, si allargano, si spandono come foglie allucinate.

-Ci andiamo oggi.

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scaffali ciliegia cassetti albic, rael
 

Mi stranisce come si possa cancellare il vissuto in un ricordo, mi straniscono le distanze siderali delle parole dal loro significato, mi assidera l'incongruità dei significanti, lo strabordare del senso oltre l'orlo smaltato delle parole, ciotole inadatte e l'affannarsi delle mani a coppa, per raccogliere contenuto smarrito, ossidato, già sporco di contatto terrestre.

Le sue dita tessono i miei umori più intimi. Il desiderio è una soffitta troppo a lungo trascurata, finestre murate dal guano dell'essere comune. Mentre sotto coperte invernali, annodo le gambe in rosari di perdizione, consumando sospiri ad una lampada che non sa esaudire.

Sento, di nuovo, il lambire lungo dell'onda della prossima stagione e mi domando come difenderò le rotondità senza il panno pettinato del cappotto. Osservo dalla finestra quei monti che ami e l'eldorado transalpino; come sempre e ogni volta, mi chiedo quale meravigliosa alchimia mi renda privilegiata al tuo talento. GInocchia al petto, sul divano, lucido di notti irrequiete, colorato di attese.

L'attesa, che ora riservo a quello che la fiamma ha purificato, pochi tesori in una tasca stretta.

Qui resta, Parsifal.

 

 

Appena sento lo sfrigolio dell'accendino, mi sorprendo a pensare all'impronta umida dei tuoi piedi sul pavimento di travertino.

Non mi giro, no, perché il nostro dialogo è da sempre un fluttuare di piani in pendenze impossibili, un gioco di prospettive apparentemente in armonia proprio perché mai calcate contemporaneamente. Dal quadro giallo del forno esce profumo di bacche di ginepro.

Mi piace, in te, la generosità. La combustione da materia prima.
E la capacità di dare ad ogni segno vita animata.

Sì, immagino tutto il non detto, mentre mi lascio scivolare in una vasca soffice di puré e odore di Langhe, di inverni che spaccano le zolle e alberi a carboncino, fari di isole senza mappa tra spume di nebbia grigioperla.

Sussulto al contatto, denotando la disabitudine da animale della foresta e a fatica contengo nel perimetro corporeo passaggi di stato di materia. Allungando la mente a tentacolo per ricostruire ricordi che sembrano quasi briciole cadute dall’aspirazione del rimosso. Sono ritagli di negativi, che disordinatamente emergono in cassetti che contengono altro. Solo di recente l’immagine non è frammento, ma quadro composito. Da quando i suoi occhi verdi e sfuggenti hanno sancito un ritorno, sacrificandosi nel baratro di una caduta di massi su una parete alpina.

E’ strano che tanta passione non riesca trovare la conferma di un racconto.

Forse le lasagne saranno pietose, certamente sarà così.
Ma il tuo sapore è stupendo.

Quanto zucchero?

 

dove sei?

sperimento nuove forme di silenzio, come se i pensieri fossero pietre nell'argilla.
ho riempito l'agenda di frasi spuntate, partorite da una voragine, e ora quasi sottratte al loro stesso senso.

penso alla stupidità, mia

a un viaggio in treno, a una finestra, a scritto sul corpo.
e Marias.

alla fede
di chi si illude

quanti chilometri
per non tornare indietro

 

il dolore ha un bouquet, come i vini pregiati. E come spesso accade agli aromi, l'evocazione travalica il senso e fa slittare il pensiero.

Da qualche tempo, l'odore della pelliccia di lepre è stato superato, sommerso da essenze colline nel passaggio di stagione. Il pensiero di te si lancia nella gola per essere arginato da un liquido denso, che, senza essere lacrima, inonda il palato.

Sei la lenta sconfitta di ogni giorno. Quel fare che simula reazione e poi, di notte, si accartoccia come un errore di stampa.

Sei il senso del tempo, che non torna, che peccaminosamente ho lasciato sfiorasse appena la mia strada in ombra.

Sei la domanda. Se ci nutriamo di inganno.

E passare. Passare.

Mi servono tacchi alti e un ritorno.

Combattiamo, mia cara, su fronti lontani, a volte così diversi da scoprire che si parlano proprio grazie all'iperestensione del collo. Ed eccedo in baci, perché è la dose di sopravvivenza.
Mentre altro tempo passa. Senza clamore.

 

terapia
non ci credo
oppongo la resistenza dei talloni nel terreno
ho la mente castoro, alza dighe

quiete
passare senza lasciare traccia
poi, la sera, assistere allo scontro tra il ghepardo e l'ippopotamo

scegliere l'assenza
sapendo che le linee si comporranno in nuovi disegni e, se mai solleverai lo sguardo, ti troverai in un dedalo ancora più amaro.

sapere
il crinale sducciolevole
e stare a piedi nudi

che importa

arrivare a casa in tempo
in tempo per chiudere la porta

leggere
con soddisfazione variabile
pensare
a quando c'era la voglia di scalare la distanza

e poi tornare
al tempo che gira senza lancette

 

messaggi trasversali
lasciati in incavi di tronchi
senza ipotizzare il passaggio
affidati alla cosiddetta pura casualità

ridurre il rischio
ma liberando la coscienza
o il gusto di sapere che la parola è in circolo
come overdose mortale

un mezeri con brune figure stilizzate

filtra luce mettalica
immagino

te

la mente è un'ape operosa
si estende nell'assenza spazio tempo
e segue i richiami di pistilli vogliosi
poi, ritorna, lavorando propoli, celle e miele

universi
ricamati

mi fermo
le ali trasparenti ronzano un mondo che non so

grandi cuscini multicolore

 

Mi chino a raccogliere la presenza esondante
nell'atto ordinato del riporre, cambio posto alle cose, invento nuovi possibili incontri, nei quali arrabbiarmi domani, perché non troverò quello che cerco.

Voce femminile. Madrigali.

Mi piacciono i tuoi abbinamenti, l'odore di donna che si arrampica sui pantaloni mimetici.
Calzini, magliette e un vasetto di crema vaniglia. Il profumo solletica la gola.

Mi sdraio accanto a te, sotto la lente del tuo occhio che mi bacia da dietro una piega della federa.

Non ho bagnato i piedi, perché Nettuno richiede un suo rito che non può essere contaminato da cravatte Marinella.
Ho riso nei panni cortesi.
Affogando ad ogni passo, invidiando l'azione senza peso.

Giochi con una ciocca dei miei capelli, la mordi con denti felini. Tu sai cosa non dico. E quanto ti amo.