ritorno di frequente in questo spazio
spinta dalla sete, e dalla disillusione
che cosa c'è che non va? nulla di difendibile, nulla che possa avere dignità di fronte a chi deve affrontare l'inesorabile, la barriera impediente, la fisica impotenza
in più, credo che non esista comunicazione senza relazione, che nella clausura ci sia un "dico" con Dio e che l'eremita impazzisca, spettatore spettrale del teatro dell'anima
la creatività si nutre di uno sguardo che vada oltre, che nella melma o nell'orrore colga uno spiraglio narrativo, una specie di divenire, un percorso di discesa, che, però, sia capace di ritorno
credo che se non hai mai usato droghe, non sia questo il tempo di iniziare; che se non hai mai fumato, il tabacco ti piaccia solo dopo il sorso di caffè, ma, intanto, cerchi di rendere elastico il diaframma per cantare Handel "Lascia ch'io pianga"; che l'acol ti dia stordimento, ma non ti faccia dimenticare affatto e poi, da sempre, il bicchiere l'hai visto pieno solo in compagnia
nessuno ti crede, se non deperisci, se l'orbita oculare non diventa apertura del pozzo cranico e i pensieri non sembrano scalpellli sugli zigomi
nessuno ti crede se ti alzi e ti lavi e porti fuori il cane e prendi la metropolitana e non ti piaci quando ti guardi allo specchio, ma ti vesti e scopri che l'iPod nel traffico cittadino è un'irritante impossibilità, se cammini e scrivi e tutto sommato mantieni una regolarità
non ti crede tuo padre, quando gli parli, osando sfondare, perché non hai più anima dentro, il muro di un'omertà disaffezionata e annoveri una nuova sconfitta
nessuno ti crede, ti guardano con lo scanner per individuare la cellulite e pensano che, in fondo, non sei un granché, ma almeno hai modi garbati
e il cibo serale, notturno, festivo, in quei bracci di mare temporale in cui sei costretta a convivere -tu e tu sola - con la tua fisica presenza, è un parossistico accumulo per ovattare i vuoti, per non sentire l'assenza di un respiro, di una buonanotte e di un buongiorno, per ingannare il tempo, quel tempo che passa ed esprime condanna, sancisce gli errori, stritola la carne nel degrado
soluzioni? ne propongono mille
carini
premurosi
concreti
io, però, non riesco
e nulla respinge l'altro, come la consapevolezza di non potere
e la paura, di esporsi ancora, di lacrimare ancora, lacrime più amare di quelle che oggi si stringono in gola, lacrime abbracciate le une alle altre, corteo in girotondo, autoalimentato dal ventre agli occhi, per far tacere il cuore
così, chiudo la finestra, tiro la tenda, copro il divano arancione con un lenzuolo grande, e segno la fine di questo spazio, che tanto ha significato per me, tanto, e ha siglato un legame inscindibile con chi me lo ha regalato.
Grazie, mio omerico giardino.
Detriti di una notte passata a pensare che non ci sono parole per la nostalgia e per questa amputazione che è il morso nero e fangoso di un animale affamato di sangue. Depositi di un sonno che è stato un pellegrinaggio tra stanze in cui il tempo articola i possibili universi e improvvisamente li sottrae. Avanzi di un incontro mancato.
C'è stato chi aspettava mie lettere e si è rivoltato come un animale al macello quando ha pensato che fosse troppo tempo che attendeva. Ha forzato il cancello ed è scappato e io lì, con la sparachiodi inutilizzata.
Ti ho detto delle lacrime in una camera di albergo? No, temuta paura di aggiungerti sofferenza, memore della tua voce sempre un poco tagliente mentre ti dicevo di voli e sogni e togliersi fedi nuziali.
Tu metti gli anelli. Io li tolgo.
Abbraccio un orso di pezza e mi chiedo perché non abbia mai potuto farti avere cose, oggetti, pensieri al tuo nuovo indirizzo. Mi hai tagliata e sto qui, nella nostra casa. Provo a saltare sul divano ma non ci sei tu che urli disperata, smetto subito. Non bagno le piante. Non spalanco le imposte all'improvviso per farmi ribaltare dalla luce, tanto non ci sei tu che indossi occhiali da sole per schermarti.
Non cucino.
Mangio qualcosa, sì. Ieri mi chiedevo che gusto avesse il cibo per gatti e perché loro mangino nel mio piatto io non nel loro.
Provo a non lavarmi per giorni. L'odore del mio corpo non mi piace granché. Speravo di ritrovare quello di mio padre o quello di mia madre, ma non è così.
E' un appartamento vuoto, senza te. La mia Andromaca che ha deciso fosse più divertente inseguire i fantasmi invece che chiedermi di raccontarle le mie battaglie.
bastabastasilenzionastabastabasta
basta silenzio.
cazzo, ma non potevo terminare la scheda del cellulare in un altro momento?
è un silenzio senza neve
senza le donnole bianche, mimetiche
tronco disegnato a carboncino
ustione pietrificata
sul selciato il lieve vorticare delle parole perdute
Ah, io dormo, dormo.
Fammi sapere quando dovrò resuscitare.
Un bacio e la rana gracchierà.
Ho suonato alla sua porta
poi l' apatia ha preso il sopravvento
lo Stregatto è apparso a pezzetti
perché cambiare
si sta così beeene qui
Mentre fingi faccende in cucina
riscopro l' antica scatola
apro il coperchio e fisso la polvere e le erbe
l' apribottiglia e il trucco sfatto
Ho abbassato il coperchio indecisa
mando messaggini pornografici in giro
quando sono ubriaca
non posso permettermelo, oggi
ho la scheda del cellulare scarica.
la finestra si affaccia su un cortile di pietra, le tende bianche, spesse, uniformano le sensazioni. Sulla porta ho visto passare figure strette in impermeabili grondanti, mentre ora, calpestato dai pneumatici sul pavè del centro, svetta un cinguettio, quasi stridente. Dove sarà nascoto? Mentre drappeggia il tempo corto che porterà alla prossima pioggia.
Ti aggiri inquieta. Troppo piccoli i confini del mondo per il tuo passo prigioniero.
Scrolli le spalle, ma non passa, il pensiero del tuo corpo ancorato. Disagio. Pensi. Stasera non mangio. Ma sai. Che non sarà leggero.
Mi immergo nel tuo silenzio. Lo trovo negli oggetti che hai spostato, apposta, per farmi capire che sei.
Ti ho vista uscire dalla porta e avrei voluto correre, superarti, voltarmi, afferrarti e portarti via. Stringerti al petto, coprire le tue spalle da qualsiasi attacco.
Ma conosco il tuo valore e so che non ti serve un baluardo.
Un bacio, ogni giorno, sulle tue mani strette in una guerra dura.
Per dire che trasformerò la cucina in un laboratorio per preparare unguento. Nessun miracolo, ma cura.
E da quel cornicione, precipita in me.
un posto cui tornare
prometto.
ma sono essere umano.
prometti di ricordarlo.
sono sangue e vino, rutilante e scivoloso.
ancora naufragio
oppressione umida, schizzano le ruote acqua cemento su una lontananza incolmabile
ritrovare gesti, la cui memoria si perde in un tempo con troppe poche domande e farraginosa incertezza
e sotto le ginocchia sento il legno duro
asse d'equlibrio per mani composte
perchè il mondo non è capace mai di smettere di fare rumore?
lo chiedo alle mie scarpe che si aggrappano al terreno come un imprimatur
lo chiedo alle voci business e al pianista che recita i suoi esercizi dal terzo piano del palazzo barocco
lo chiedo ai libri sfogliati da dita di studenti
lo chiedo a questo suono indistinto
Eustachio si ritrae in una difesa impossibile
morsi
violenza
spietata
non uccide
non consuma
ricorda
ora credo tu non stia sognando niente
la vita ti rulla intorno
come mossa dalla pale immense di una nave fantasma
scendono dalle scalette i più impensati personaggi
credo che ci sia bisogno di decisioni vere
mi sdraio al tuo fianco e sincronizzo il mio respiro al tuo
non ti tocco
ma sento i nostri corpi che dialogano onde di calore
ti sveglierò
cantando sommesse ritmiche
mi muovo pianissimo
mangio insonorizzato
inumidendo bene il boccone, perché non sia croccante sotto masticazione
mangio con le mani
per non tintinnare le posate sui piatti
non voglio
disturbare il tuo sonno
perché sorridi
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