dum dumdumdum dum dumdumdum
orecchio a contatto col terreno, la polvere irrita il timpano
dum dumdumdum dum dumdumdum
ho smesso di contare i giorni, ma il tempo non smette di passare
dum dumdumdum dum dumdumdum
mi oppongo a tutte le correnti, peso morto con occhi di pietra
dum
Quello che trovo lancinante è che appena mi sembra di avere attraversato il guado, accade. Un dettaglio. Che riporta alle lacrime la tipica calda densità di melassa.
Chiusa, una serratura con scatto sinistro poco docile persino alla sua chiave. Estranea totalmente. Con le ansie febbrili del non fatto, piccole condanne che allestiscono cappi in buon ordine ad ogni angolo di strada.
Disarmo autolesionista. Piccoli anni su una piccola torta, spegni la luce, spegni. Cento di queste gavette ed oggi non è festa, né lo è stata. Restituiscimi l'imbocco largo dell'imbuto, spirale di scelte troppo scivolose. Ancora chiedersi e non riuscire ad essere, un attimo, ora, passato, anche questo.
Non c'è rigoglio. Mi spaventa l'estrolfessione fitta della peonia. Dilatarsi del ventre che ha una fame cupa, su di te che mi domandi scenari apodittici e sudi e tieni un giaciglio sul petto. Bevo Buio sopra il nuovo prelievo, natura morta che simula oltre la cornice. Vorresti dirmi che sono, ma tu non hai parole, mi cingi come fusto screpolato di betulla, mi dici voglio sentirti dentro le mie pieghe, pioggia, aria, alterco del tempo. Non regge la scusa della settimana.
Autostima. Mentre rispondo con piccoli colpi di punta di piede all'oscillazione precaria del ginocchio sulla grande palla bianca. Essere assertivi. Ho vissuto il mio essere come una stiva, colmata da troppa fame e troppa paura, svuotata con l'ansia e l'ingordigia. Arrivando alla presunzione, senza passare dalla stima. Auto. Trazione. Picchia in testa. Mi odio.
Mettersi il cuore in pace. Che espressioni orribili, esistono. Cuore nella pece, colloso, ossidato, corrotto da muffa penetrante. La pace non mi interessa. Non quando vorrei entrare nella tua memoria e ancora chiedere cosa era vero, se è stato vero. Cosa cerchiamo. Dove.
Importa? O è tutta una casualità, ma allora quale è il senso di queste improvvise cadute e riprese? Basterebbe abbandonarsi alla corrente. Al tutto che scorre. Ed ecco che salti su una roccia levigata; qui, invece, c’è una riva erbosa e solletichino; qui, un mulinello che perde il colore.
Mi dici altre cose e vortico. Si ribella il corpo, dentro, le viscere, divorate, ma la pelle non si ritira, un fagotto. Non è il tempo delle domande. Mi dico: accontentati. Vorrei prendere sulla pelle l’odore della strada, per non perdere la traccia. Più. Perché credevo fosse importante appartenere e, invece. Forse. E’ tutta costruzione, nulla più di una convinzione e senso del dovere.
sul pavimento immoto di primo mattino, i piedi frugano un'umidità che non trova soluzione nelle ore. Pensieri palustri di stagioni intermedie, scegliendo, tra tutti, proprio quei giorni che maggiormente avvicinano alla stagione precedente o a quella che sta per venire. Accendo un elettrodomestico con distratta indifferenza, purché sia un rumore di fondo, che inibisca il desiderio di nutrirsi del proprio liquame. Siamo materia informe, tagli di marmo, attorno ai quali si perpetra il grande affanno di ricercare la forma. E a volte, scappa la lama e il taglio è epurazione di stirpi mai nate. Si affollanno in mente suffissi greci, che immagino cadere sul latte virtuale e comporsi con l'ostentazione non dialogica di chi sembra doversi liberare di parole in eccesso. Mentre osservo l'acqua sollecitata dalla fiamma a un quasi invisibile sobbollire, scelgo le foglie da benessere infuso e ricordo la notte passata, come tempo di non vita e non tregua.
Scambio con il cane onde di sbadigli.
Riemergo dal sonno arruffata, mi sveglia odore di carne macinata mista a pomodoro, strascico i piedi nei calzerotti di lana bianca fino alla cucina. Ti guardo in silenzio: accucciata fissi il forno, aspetti che le onde termiche friggano anche il tuo cervello oltre che le lasagne. Fingi di non sapere che sono appoggiata allo stipite, ti tradisce solo l'assenza di respiro nel momento in cui l'accendino scatta e fa bruciare la mia pirma sigaretta.
E inizio a raccontarti.
Eravamo in auto, io e mia madre. Ferme al semaforo, guardavamo il mondo che gira. Il pirata arrivò in un battibaleno, ci precipitò addosso. Mia madre si distrusse le gambe, io la schiena. Ma volli cucinare lo stesso, quel Natale. Per tutti. Ragù alla bolognese, ore di fuoco lento sul putagè. Lasagne, con le polpettine, prosciutto, piselli. Un purè sontuoso, soffice come cocaina. Un brasato al barolo come solo noi di terra di tartufi sappiamo fare.
Sei sempre ferma di fronte lo sportello del forno. Ti vedo, sai, vedo i tuoi pensieri urlare che le tue lasagne faranno schifo certo eccome non è possibile altrimenti.
Mi accoccolo contro di te, seguo la linea della tua schiena con il davanti del mio corpo.
Ti sposto una ciocca di capelli dall'orecchio, con la mano libera dalla sigaretta che tengo lontana perché odi il fumo di primo mattino.
Avvicino la bocca al tuo collo e sussurro, ti sento stringere i denti per i brividi del mio fiato contro la tua pelle.
Aspetti tesa che piccole gocce di saliva ti assalgano e ti scivolino contro la giugulare.
Caffè. Voglio caffè.
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