Il caso prevale
bendato o beffardo, munifico senza generosità e avido con perseveranza, quasi mai divino
il caso decide l'incastro dei tuoi movimenti nell'avvicendarsi del tempo
credo che sia per questo che gli orientali hanno tanto lavorato sullo spirito, sull'assecondare le vicende, senza interrogarle ogni volta, processarle, condannarle, ricorrere all'appello, farle cadere in prescrizione, annegarle nel rancore
che, poi, nemmeno invidio, se non per brevi tratti
mi accapiglio con quel male di vivere, che ci fu insegnato o che si offrì come frutto da un ramo tendenzioso
diciamo che mi illudevo di un miglioramento, con l'età, ma forse questa rimane l'ultima grande illusione giovanile
vorrei saper dire di cosce e liquide miscele, di un desiderio che tenda il corpo come arco, che nella sua trazione estrema non vuole essere rilasciato, ma esplodere in avanti e tutto divorare, ci sono formule che non mi sono proprie e mi chiedo se l'assenza di forma non sia tratto di orogenesi incompiuta
motivetti infestanti ritornano, sembrano imprigionati tra i denti, saltellano la loro vergognosa ossessione e mentre la mente li pesca come pesciolini di una vasca musicale, mi chiedo perché si appiccichino con tanta facilità alla memoria, costringendomi, comunque, a modularli con circospezione da ladro.
generazioni da cartone animato
una borghesia che ora sta addosso come pelle parzialmente scollata, grandi tagli a vivo dove le curve diventano pieghe, in offerta speciale
faccio questa telefonata con grande disprezzo, una voce da testimone meccanico di vangelo comodo, per non dire che sei tu che l'hai perso, che l'hai lasciato andar via, pensando che la paura della frusta...la paura paralizza, scacco matto al coraggio, ma ti lascia un regno di macerie, la corona di macerie che inzacchera i capelli e stucca le labbra, piccole e grandi, finché fare l'amore si riduce a un lavoro di muratura, la calce di un'indifferenza tanto profonda che persino toccarsi è un gesto così insignificante da poter essere compiuto
Si insinua, come il freddo appena uno spiraglio sguarnisce il piumone dal suo avvolgere protettivo.
La sensazione che questo contatto del corpo con l'aria sia un'illusione di rallentamento, mentre pensi che sei fortunato ma non sai come beneficiare di questa fortuna.
Si procede per successive sottrazioni, per ipotesi di approssimazione. Levando e negando, senza allevare e alleviare.
Ci si abitua all'estraneità riconosciuta, calando gli occhi sulle pagine, sopportando, fingendo di ignorare, di essere disegnati anche dagli sguardi orripilati sfuggenti.
Ghisa pesante nera.
Maledetta zanzara, dondolando sul lobo friziona ronzante il volto crespo dell'agente di custodia dell'anima, il sonno. Appena l'occhio schiaccia la tempia contro l'imbotitura, mai molto spessa, del cuscino, ecco che scatta l'allarme anitaereo.
E tutti i rumori serpeggiano nell'aria notturna, mostruosamente giganteschi, il parquet che non smette di assestare le assi, la colonna a rimbalzo del ventilatore, l'affannosa sopravvivenza del cane. Più lontano, la strada non è mai in pace, semplicemente sfebbra in attesa dell'alba.
La voglia di fare si trincera dietro un'istintiva paura, freno a mano sempre tirato di un motore esistenziale iincapace di soddisfazione. Mi rigiro in lenzuola così calde che quasi sembra impossibile che possano, alle prime avvisaglie di inverno, trasformarsi in lamiere naturali di gelo. L'opportunità è l'oppio della mia ancestrale pigrizia, penso, mentre dovrei pensare a come cambiare, cambiare, affondare imporvvisamente il remo solo da un lato e iniziare il vortice, decollare nuove prospettive.
Non posso non desiderare ancora.
Distanza non lucida, difensiva. Conversazioni di maniera, ammazzo il tempo con un certo truculento piacere, a bordo vasca, perché c'è sempre un perimetro, un tratto che separa gli oggetti, che permette al linguaggio di enucleare significanti, comprensione ossessiva, muscoli dell'intelletto, intelletto pigro, pieno di bifidi, e parola slabbrata appena tenta l'acrobazia allegorica.
Giochiamo al gioco delle colonne? Pesce, pipa, pomodoro, parma. Ho fame, così mastico più forte delle tue frasi scagliate a sorpresa nell'aria, mastico rumorosamente, ma solo nelle orecchie, assordante frantumarsi di pane croccante e insalata ghiaccia. Non sento la contraddizione in cui vuoi farmi cadere, l'incertezza che riproponi alla mia anima che prima che essere asciutta, è, francamente, stanca.
L'erba del vicino forse è ingiallita dal sole, ma almeno cresce. Il fatto è che io non ho passione botaniche, né aspiro a un ikebana.
L'ora d'aria è proprio di 60 minuti, nei quali, finalmente, canto, con esiti alterni e molto da imparare, ma lì, in quel momento, mi incontro.
appena una presa di fiato e ancora sotto il profilo dell'acqua, galleggiante asimmetrico
mi stupisco di similitudini, che osservo come frutti sui rami chiudo gli occhi e li riapro all'improvviso, gioco a nascondino con la percezione ma è ancora lì
perpetro il silenzio
a fuggire sensazioni a fuggire e rileggere quello che è stato con l'inutile consapevolezza di oggi
a fuggire la lite ma non lo scontro inciampo su pensieri a metà
in questi giorni, emergono si svelano si tramandano assurgono
antinomie
scorzette di un frutto che ha superato la sua maturazione
infuso giochiamo a riconoscere gli aromi?
non credo più a niente, mi nutro del mondo con le posate del cinismo, poi, di nascosto, libero lo stomaco e la gola. Vedo l'acido sulle sue mani segnate dagli anni, sul suo sguardo che sembra incantato, mentre io danzo su filamenti di sangue.
ci sono ristagni, l'odore decomposto di depositi non ossigenati; c'è il bisogno di dire che si traduce in singulti, in espettorazioni inconsulte, parole annotate, come trappezzisti lanciati nel vuoto, alla ricerca di un legame; aspettando il momento giusto, rimandando, allungando le dita su ogni ieri, sempre più magro.
come suona diverso
ho perso il senso del tempo, rotolano in me i giorni, continuamente recuperati alla memoria come acqua in ricircolo nella fontanella da giardino di quartiere. ho perso l'istante in cui tu sei stato crudele e so che lo sei stato, ma oggi non è vetro infranto, solo un modo diverso di amare.
ho un nulla di attesa e l'ignoto inavvicinabile, mentre rolla parole al tiro in un camino intrecciato di dita.
E l'oblio sopraggiunge prima del suono, così ti vedo cadere di fronte alla mia soglia, come sasso lanciato da forza insufficiente. e non mi riesce un brivido. nulla.
vestita, copro ogni centimetro di pelle, esasperato velo, giochiamo a nascondino, sì, ma senza rincorsa per cercarci. lasciami qui, mentre non voglio credere a un nuovo passaggio, conto, recito filastrocche di stelle e regine, di statue e orologi. mi giro, illusa di ombra. solo per scoprire che sei. l'amico immaginario del mio incanutire.
Ti spiego, ti spiego cosa accade
Siediti qui sul divano, tu in posizione umana, io con le gambe sullo schienale
e i piedi nei calzini con le mucche contro il muro
La mia stanza ha il soffitto di legno
ed è piena di libri in terra c'è un angiolo a punto croce
lo so che non fa bene alla circolazione stare così ma fa figo, ascoltami
C'è la foto dell' uomo bellissimo col cane peloso arancione
e la foto della mia bambina abbracciata alla coperta
guarda, se faccio così le mucche si muovono
Dicevo: il pavimento è di finto ulivo
il bagno di finto marmo
la marjiuana invece è vera, ma non mi ricordo dove io l' abbia nascosta
Avevo anche uno scacciafantasmi
appeso al muro, lo presi in un mercatino per sentirmi
Aquila Della Notte
ma non lo trovo più
Nel sottotetto ci sono due enormi bauli restaurati
e un ventilatore anni '50
e l' attrezzatura per dipingere
per il decoupage, cartonnage, bondage
C'è il tavolo una volta rosa e ora di vivo legno
e la scrivania nascosta dalle diavolerie cibernetiche
c'è un tappeto su cui giocavo al grissino con mia nonna
e un bidone americano della spazzatura colmo di roba di stirare
Io?
Sono il cadavere che si secca sul letto singolo.
Però coi calzini antiscivolo con disegnate le mucche.
La ricordo anch'io, sai?
Non così, però. Fu un amore tardivo.
Ricordo di avere desiderato per tutta la vita, fin dalle prime letture, di andare via.
Da quel cielo con i fermenti lattici, da quel grigio in cui era vietato ridere, poco decoroso, era vietato stringere in un abbraccio paffuto nonni e zii, troppo slancio non si confà alla buona educazione.
Andare via dai corsi lunghi e nobiliari. Dalla malinconia stanca di chi è rimasto, perché chi voleva immaginare era andato a stare lontano.
Ricordo di avere passeggiato per domeniche intere, lacrimando l'altrove.
E rientrando sempre. Sempre. Anche quando avrei potuto cambiare. Nello stesso portone.
Nel tempo, poi, ho imparato che la città invisibile del mio scontento ha l'orizzonte delle scarpe che indosso. Lezione senza benefici, ma quelle immagini sono diventate meno nemiche. Anzi, alcune fanno trasudare la mia anima di un orgoglio che mischia affetto e schizofrenico campanilismo.
E chi finge di non vedere, chi si rifiuta di riconoscere quella bellezza riottosa, quasi involontaria, pronta a contraffarsi in autopunizione per vanagloriosi peccati mai commessi, un po' mi fa rabbia. Perché manca di onestà.
E' il territorio in cui l'incanto si produce nei tempi di passaggio. Primo mattino o nel mutare delle luci della sera. Nelle famose mezze stagioni, che, prive di luoghi comuni, lì trionfano.
Sulla cima acuta, tratteggiata da una penna che vuole creare l'esempio, dardeggia un rosso febbricitante. Dove il fiume sembra un parentesi tra ponti di fasti perduti, i remi lunghi delle canoe disegnano ali sincrone, volo leggerissimo, perfetto, a pelo d'acqua. E quando soffia il vento, quando sembra un lussurioso amante, se ti fermi, puoi credere. Credere. Di essere felice.
Sono trafelata.
Ho fatto la strada di corsa, un unico giro di un cerchio ideale.
Ho lottato contro le angherie tecnologiche, che quando senti con emergenza si oppongono come ostacoli alla possiblità stessa del desiderio.
Ho fatto la strada di corsa, sfrecciando tra le richieste di un quotidiano tronfio, capace di nutrirsi indistintamente di forza e debolezza.
Ho fatto la strada di corsa. Per arrivare da te. Per arrivare prima di te.
E amare il bianco delle nostre pareti.
Calza velata su gamba pronta a fare guizzare il muscolo perfetto.
Lenzuolo per sonni nuovamente immacolati.
Rovescio, in casuale disordine, casuale, fagocitante disordine, le borse, azzurre e rosse, lasciando leggere le spalle.
Penne e quaderni, biglietti per i treni che vorrai.
Ci sono album per riporre le foto, conservare, senza violentare la memoria.
Un cavalletto, illuminato tra la camelia e il biancospino.
Fazzoletti, collane di piccole pietre multicolore.
Scatole di dimensioni diverse.
Erba profumata di tartufo e Barbera.
C'è il tempo che è stato.
Quello che sarà.
Crema per le tue mani consumate.
E tende nuove.
Il volto imperlato di sudore.
E' solo l'inizio.
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