ho smesso di aspettare, quindi, ho tolto la porta dai cardini ed è rimasto solo l'infisso, pleura squadrata di un innaturale respiro del mondo. Un arco vuoto, dove roteano i rappresentanti della materia - moscerini, foglie, aliti di vento, primi fiocchi di neve - e l'antimateria di questo ingresso bianco.
la poltrona è vuota, non una sedia, perché - sai - nel tempo anche l'attesa ha preteso le sue comodità
l'ubriachezza mai molesta
e ora siedi sul gradino, proprio appena all'estremo dello zerbino, e semini fuori stagione il prato di un racconto stanco, mi porti quello che non ho visto, la mediocrità della mia scelta
suprema
infranta
in silenzio rivesto il letto con lenzuola che sanno di frutta essiccata
Ora non ho tempo. Quando si ha tempo?
Guardo le mie parole rotolare nel fossato come biglie: vince Gimondi e sono costumi guarniti di sabbia nell'estate romagnola. Le biglie si addestrano alle curve sulle pendici amate e lontanissime del tuo corpo, fingono di altalenare sul lobo, frammenti decorativi del discorso che non comincia e non termina, e non procede, perché ogni volta è ricominciare, ed è ricominciare su una sedimentazione, che rende spesso il terreno sotto i piedi, ma non migliora l'altezza.
Bisognerebbe non narrare, per non dare fiducia, per non tradirla, perché si stipulano patti impossibili. Mi ascolti? E vorrei tappare le orecchie, mentre incasello il tuo racconto, il racconto di te, che a te mi vincola. MI avvalgo della facoltà di non rispondere, corso di laurea in silenzio. E menzione d'onore.
Che inganno, supera l'intenzione. Io credo che sia tutto un inganno, perpetrato tra un punto di inizio e il terrore della fine. Non senza eccezioni, sicuro. Ma eccezioni. Un eccesso, comunque. Anche di buono.
La notte precipita sul materasso, i sogni sono acari, che al mattino ridono delle finestre spalancate, della memoria fragile. Mi stupisce, ancora, la prepotenza voluttuosa dei papaveri, labbra puttane della vita, che chiama al desiderio e prospera nel calcolo.
Tornano i conti ora? Ti vedo nel tuo mantello di cupidigia caravaggesco. Di fronte a te, i risparmi delle mie illusioni. I raggi di sole tintinnano contro i vetri, sapessi che fatica.
Cinica. Mi allontano da ogni ombra che possa prefigurare forme felici. Teorizzo non l'amore, ma la plancia del gioco, caselle e dadi, a turno una mano, non rassegnazione, ma riduzione delle aspettative.
Ha funzionato, in fondo. Da quando ho smesso di corrodere l'anima con i sogni mancati, con le possibilità impossibili, non dico di avere trovato una contraffazione di pace, ma una sorta di carapace, che mi tiene radente il suolo, che toglie ogni attesa e così, sono meno ruvide le notti e le sere e anche il risveglio, senza riflesso.
L'altra sera, l'ho incontrato, in uno spazio non onirico, fuggendo a lampioni ormai noti. Eri tu. Avevo promesso siccità, invece, ancora mi riverso su di te come pendenza inesorabile. Quel sapore. E di nuovo, narrazione. E di nuovo, perdere. Perché a volte esiste solo una risposta. Un atto unico. Quello. Per te.
Lavoro, sullo spazio di una solitudine inalienabile. Lavoro, sull'efficienza sgualdrina. Osservo e assimilo, la permanenza in errore. E il tessuto di menzogne, che alla fine appaga.
Voglio. Una menzogna. Mia.
Mi permetto di insistere.
Tu non puoi immaginare.
Ogni giorno sentendo il confine così labile, sapere che non esiste distanza che non possa essere attraversata dalla mannaia violenta del dolore.
Confrontarsi con questo non riconoscere i tuoi laghi.
E che non c'è niente da fare. niente da dire.
non mi sfiori, neanche per distrazione.
no, non lo sai.
è una cosa che non sai.
soldatino di piombo, dentro un fuoco che non divora e non cessa, attirato da un'ombra. Alla fine.
non c'è stata lotta, solo attesa e lento consumarsi del tempo, dei ricordi, delle labbra, di quello che fu e odio la coniugazione dei verbi. non c'è lotta, ora, che ancora ti difendo e espongo l'ultimo fianco libero da tagli e morsi alla tua lama che ha un sorriso acuminato e cola cera e miele su carne rossa. non riesco a eliminare il fiato, a silenziare il battito fino a diventare un leone marino e assorbirmi là dove musi deformi di buio possano pasteggiare. apnea. per sempre. nè con te né senza di te, ma ripetuto ogni giorno, perché sia indegno cammino. non vado dal dottore, non c'è morbo o infezione. mi preparo ad una perversione così atroce da macchiare la mia anima di peccato indelebile. e raccogliere gli sguardi di disprezzo dentro ceste e usarli come latte putrido per il bagno. e forse tu smetterai di ascoltarmi, così sarà arida la mia lingua in refrain. non ci sono più domande, torna il silenzio e quel senso di non trovato che credevo perduto, che pensavo guarito. non è credere, è vivere, che non si può cambiare, genetica dei sentimenti. spalanco occhi incapaci di credere e ruvidi di angoscia. mi chiedo domande che non hanno risposta, domande che non interrogano ma implorano un'altra partitura. quelle mani che suonano e che non so aggredire, e ancora mi impegno per capire perchè penso sia giusto. giusto. corretto. o non mi importa, in fondo il corpo morto non risponde e diventa sperimentazione per necrofili. dimmi dov'ero e tu. dove. udito per rumori sotterranei. mentre lo guardo, l'estraneo, e prometto cose non vere, la differenza è che saprò di mentire e potrò odiare me. e non ci sarà più. quella me che non ha posto e tempo. che è teca per abissi.
Siamo esseri ridondanti.
E, in fondo, questo eccesso lo riconosco.
Non ne posso più del feng shui applicato come decalcomania.
Adoro il sushi.
Eppure, non amo le pareti bianche. Se non sul ciglio di una scogliera.
E ora dimmi.
Ora che sei tornato a bere dalle mie labbra, solo per ricordare alla mia resa il tuo potere rabdomante.
Dimmi.
Pensieri, riflessioni, esplorazioni, incantesimi.
Di tutto quello che con me non condividi, che cosa fai?
Osservo il mio corpo senso di colpa.
La lama che ha trafitto la tua notte pungolando i fianchi di un sonno non goduto.
Mentre i miei occhi accecavano il buio, per dare l'illusione eterna a un desiderio, atrofizzato come i rami alla fine dell'inverno, irruente come il trupudio del primo attesissimo sole.
Luce senza vita.
Ti amo.
Antigone del tradimento.
Amo la vita che giorno dopo giorno mi sottrai.
Umiliata. Humus. Terra.
Giaccio sotto una pioggia che mi impasta.
E in queste stanze custodisco.
L'ultima fede.
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